Tredici anni dopo la cancellazione improvvisa dello show, Deadwood ritorna con un lungometraggio conclusivo. A lungo atteso, a lungo discusso, si tratta del commiato ai personaggi della serie HBO, una passerella di mostri, antieroi, forse solo di uomini e donne. David Milch, autore dello show, torna allora qui nelle vesti di sceneggiatore, e aggiunge un nuovo strato alla propria creatura. A quella pietà umana che sporadicamente emergeva nello show rispetto alle miserie umane, si sommano considerazioni sul passaggio del tempo, sulle occasioni perdute e sui rimpianti.

È passata una decina d’anni rispetto agli ultimi eventi della serie. Una chiusura improvvisa, dopo tre stagioni dello show, che tagliava di netto le vicende degli abitanti della cittadina. Li ritroviamo anni dopo, irrisolti, insoddisfatti, umani, a fare i conti con il tempo che passa. C’è Al Swearengen (Ian McShane) che soffre gli effetti dell’alcol, con il solito Doc (Brad Dourif) a dargli consigli che non verranno ascoltati. C’è lo sceriffo Bullock (Timothy Olyphant), ormai invecchiato, una famiglia e una cittadina a cui badare. E ancora Sol e Trixie (John Hawkes e Paula Malcomson) che potrebbero avere finalmente una famiglia, il mediocre E.B. che fa il sindaco, Charlie Utter che cerca di godersi in pace gli anni della vecchiaia.

Deadwood è chiusa idealmente in una bolla di storie trasportate dal tempo, che hanno già raccontato quanto dovevano. Qui tutto è immobile, come se gli anni tra la cancellazione della serie e il suo ritorno fossero stati una prigione anche per i protagonisti. Su questo immobilismo calano, anche per esigenze di storia, nuove situazioni e vari ritorni. Tornano ad esempio Calamity Jane (Robin Weigert) e Alma Elsworth (Molly Parker), ma soprattutto torna George Hearst (Gerald McRaney), ora senatore, deciso a concludere un affare in città. Da cui si scatenano gli eventi che danno un senso narrativo all’operazione.

Eppure per la maggior parte del tempo sembra che questo Deadwood non abbia bisogno di una storia forte per funzionare. Più che un film, di cui quasi non ha la forma, appare come un lungo e consapevole speciale televisivo, una finestra che si apre inaspettatamente per i personaggi e gli spettatori. Introduce ben poco di nuovo, non rilancia nuove storie o nuovi personaggi, e la stessa potenza narrativa della vicenda viene disinnescata da continue soste che preferiscono indugiare su momenti intimi o piccoli bilanci di vita. L’epica del west non appartiene a questi luoghi, e forse non vi è mai appartenuta.

Si potrebbe tentare qualche riferimento al trascorrere del tempo, alla fine di un’epoca – vero leitmotiv di un certo western – ma Deadwood manca di quel lirismo, di quel trasporto emotivo. Vive nella polvere, nei bordelli, nei dialoghi strapieni di imprecazioni creative. Ancora una volta, come nella serie madre, la resa dei conti non è mai spettacolare, non ci sono grandi sparatorie, ogni morte viene normalizzata. Questo racconto trova allora facili appigli alla serie che fu, anche grazie a moltissimi flashback disseminati lungo la storia. Si tratta di piccoli momenti che non hanno nemmeno un senso rispetto alla trama, ma che funzionano internamente all’operazione di chiusura dell’intero ciclo. Su tutti, la morte di Wild Bill Hicock, che in prospettiva gettava le basi per l’intero stile dello show.

Dietro una certa durezza di fondo, e le poche concessioni allo spettacolo, si nasconde qui la visione di un autore che comprende del tutto la propria creatura. E c’è l’ironia amarissima delle parole di Al – personaggio simbolo dello show, interpretato benissimo da McShane – a guidare ogni possibile riflessione sulla vita, sulla violenza e sulla morte. La ferrovia, un rudimentale telefono e poco altro ci raccontano che cittadina sta cambiando, ma la grande tragedia umana è ancora tutta qui.

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