Disincanto funziona molto meglio quando racconta l’avventura invece della commedia. Ed era qualcosa che emergeva chiaramente anche nella prima parte della serie animata di Matt Groening. Lenta in principio, la serie funzionava alla distanza, quando riusciva a capitalizzare nelle ultime puntate quanto aveva disseminato lungo la trama orizzontale della stagione. Tutto finiva con un cliffhanger molto importante che lasciava ben sperare per la prosecuzione della serie. Ecco, quella premessa viene rispettata solo per le prime puntate della stagione – non a caso le migliori – salvo poi ritornare alla consueta formula episodica. Peccato.

La seconda stagione, che a voler essere precisi sarebbe la seconda parte della prima stagione (ma perché queste divisioni?), riparte dove si era interrotta la precedente. Beam e la sua malvagia madre Dagmar si allontanano dal regno di Dreamland, dove tutti sono stati tramutati in pietra. La principessa ignora la vera natura di sua madre, e ancora soffre per la morte di Elfo. Con lei si trova il demone Luci, mentre l’intrattabile re Zog è ormai sovrano di un regno disabitato. I primi tre episodi, abbastanza incalzanti e ricchi di avvenimenti, hanno l’obiettivo di restaurare lo status quo, per poi procedere più serenamente nel resto della stagione.

Esiste probabilmente una formula magica per la quale una serie animata fortemente procedurale può funzionare anche nel 2019, ma Disincanto non la conosce. Questa serie che aspira a inserirsi nell’immaginario televisivo non ha la freschezza di scrittura di prodotti come Rick and Morty, ma fatica anche nel confronto con prodotti più modesti come Final Space. Eppure nei momenti più ispirati la serie riesce a diventare, anche solo per intuizione, ciò che dovrebbe essere. I primi tre episodi mettono a segno qualche battuta occasionale, ma soprattutto riescono a raccontare una vicenda che ha un obiettivo chiaro.

Sono momenti in cui la serie di Matt Groening ribalta il rapporto tra ambientazione e battuta, in cui gli scambi divertenti e le trovate, anche visive, sono al servizio dell’avventura. Ed è anche piacevole perdersi in questi sfondi decisamente curati dal punto di vista visivo, soprattutto nel caso dei luoghi più tetri e pericolosi. Tutto ciò è ridimensionato dal quarto episodio in avanti. In una televisione in cui prodotti come Steven Universe, Adventure Time e Marco e Star contro le forze del male hanno raccontato la ricchezza di mondi fantastici con puntate in formato “pillola” da dieci minuti, Disincanto fa altro.

Le puntate durano meno rispetto allo scorso anno, ma talvolta la stanchezza di scrittura e intreccio si avverte. Il cast è corposo, e qui verrà dato più spazio ai personaggi secondari che tuttavia faticano ad emergere. L’ambientazione, sempre meno parodistica, appare come un mix di idee diverse: fantasy, medioevo, fiaba, inferno, perfino una parentesi steampunk del tutto casuale. Talvolta in grado di integrarsi e suscitare una risata, a volte riempitive. Questa è la natura di Disincanto, serie sufficiente, che fatica a diventare memorabile o “memabile” (nel senso che è anche difficile trovare dei meme). In questo senso il design ispirato di Luci e degli altri demoni si conferma l’intuizione migliore, forse l’unico vero tratto distintivo in grado di emergere.

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