Tredici (terza stagione): la recensione

Tredici, arrivato alla terza stagione, conferma la sensazione che i produttori abbiano compiuto un errore imperdonabile nel decidere di andare oltre la storia ideata per il suo romanzo da Jay Asher, trasformando un racconto duro, ma educativo, in un insieme di messaggi confusi e in più occasioni molto discutibili. Dopo aver ascoltato Hannah Baker (Katherine Langford) mentre spiegava i tredici motivi per cui ha deciso di togliersi la vita, gli episodi successivi avevano provato a raccontare le conseguenze del tragico gesto. La serie guidata da Brian Yorkey ha però perso di vista l’obiettivo iniziale, diventando una rappresentazione sopra le righe della vita quotidiana dei teenager sostenuta dal tentativo di creare un mistero in grado di mantenere alta l’attenzione degli spettatori.

La terza stagione di Tredici si apre così, come anticipato dal trailer e dalle immagini promozionali, con la morte di Bryce Walker (Justin Prentice), crimine per cui tutti i giovani protagonisti, amici e nemici della vittima, sono sospettati. Al centro dell’indagine c’è, come prevedibile, Clay (Dylan Minnette) a causa di quanto accaduto a Hannah, ma le tredici puntate, tra interrogatori e flashback, svela perché il giovane avrebbe potuto essere ucciso da quasi tutti i suoi ex compagni di liceo, seguendo inoltre i tentativi di Bryce di iniziare un nuovo capitolo della sua vita.
Ani (Grace Saif), la nuova arrivata in città che fatica più del prevedibile ad attirare la simpatia degli spettatori, sembra aver individuato la soluzione del mistero e gli spettatori vengono accompagnati nella narrazione proprio dalla ricostruzione che la ragazza compie durante l’interrogatorio svolto dalle autorità.

Dopo quanto accaduto nella seconda stagione, i teenager stanno cercando di tenere d’occhio Tyler (Devin Druid), organizzandosi in modo da non lasciarlo solo, e il ragazzo cerca di reagire alla sua difficile situazione emotiva.
Jessica (Alisha Boe) prova a riprendere il controllo della propria vita e sessualità, dimostrando uno spirito determinato che la porta a diventare la leader di un gruppo che sostiene i diritti delle donne e riavvicinandosi a Justin (Brandon Flynn) che entra sempre di più a far parte del mondo di Clay. Tony (Christian Padilla) affronta dei seri problemi che coinvolgono la sua famiglia, Zach (Ross Butler) si avvicina a Chloe e vede andare in pezzi i suoi progetti legati a una carriera sportiva, Alex (Miles Heizer) decide di trasformare il proprio fisico, ritrovandosi però alle prese con gli steroidi, e in scena tornano anche Olivia Baker (Kate Walsh) e Kevin Porter (Derek Luke).

A livello narrativo il problema principale è rappresentato dal tentativo degli autori di “umanizzare” ogni personaggio nonostante i comportamenti negativi portati in scena in precedenza, in particolare Bryce Walker. Justin Prentice è sicuramente in grado di interpretare il giovane mostrandone le varie sfumature, ma ribaltare totalmente la prospettiva relativa alla sua storia dopo due stagioni in cui si è puntato sul suo lato violento e sugli stupri compiuti indebolisce fin troppo la drammaticità di quanto vissuto dalle vittime e rischia di normalizzare comportamenti e situazioni che andrebbero condannati in modo chiaro e senza appello.

Il rapporto che si viene a formare con Ani dovrebbe inoltre approfondirne il lato sensibile all’interno di un racconto in cui si ribadisce in più scene quanto la sua tendenza a violenza e al bullismo sia ancora presente nonostante i suoi tentativi di iniziare una nuova vita. I continui confronti tra Clay e Ani a causa dell’avvicinamento della ragazza al “villain” della storia sollevano così importanti questioni riguardanti la capacità di perdonare e la necessità di concedere una possibilità anche a chi ha commesso degli atti terribili, tuttavia i buoni propositi degli autori vengono letteralmente spazzati via da un epilogo di stagione in cui si rende inutile il percorso compiuto da Bryce e si nega al tempo stesso la redenzione a un altro personaggio con un colpo di scena su cui bisognerebbe davvero riflettere.

Tredici sembra voler portare avanti l’idea che non ci sia una reale possibilità di giustizia, gli adulti non riescano mai a comprendere realmente quanto sta accadendo nella vita dei loro figli o alunni, e che i teenager possano decidere in maniera autonoma, e senza l’aiuto di esperti, come affrontare traumi importanti e situazioni al limite come quella di Tyler che ha quasi compiuto una sparatoria alla festa del liceo, arrivando persino a decidere chi è “buono” e chi “cattivo”, senza possibilità di appello. Lo show, fin dal suo debutto su Netflix, affronta tematiche che gli adolescenti di tutto il mondo conoscono da vicino come omofobia, bullismo e violenza, ma gli autori purtroppo sembrano incapaci di evitare l’estremizzazione dei comportamenti e delle situazioni, enfatizzando gli aspetti che già in passato sono stati criticati da molti spettatori e associazioni.

I contenuti della terza stagione rendono in questo modo quasi obbligatorio il messaggio di avvertimento posto all’inizio di ogni episodio in cui si ricorda come sia possibile chiedere aiuto se si è in difficoltà, elemento utile da tenere a mente durante la visione delle puntate considerando il fatto che non basta mostrare nella serie l’importanza dell’empatia, dell’amicizia e della comprensione reciproca per affrontare in modo serio e ponderato la rappresentazione degli step necessari a superare i problemi, piccoli e grandi, che gli spettatori più giovani affrontano quotidianamente. Rappresentare Bryce come incapace di un reale cambiamento perché privo del sostegno dei suoi coetanei e dell’affetto della sua famiglia diventa inoltre una contraddizione rispetto alla scelta di creare un’intera stagione proprio su di lui e l’ultimo episodio propone un’idea di “giustizia” su cui sarebbe stato necessario parlare in un’intera puntata di Beyond the Reasons, l’aftershow prodotto da Netflix, per capire le motivazioni degli autori.

Tredici, che ha già ottenuto il rinnovo per una quarta stagione che concluderà la storia, può comunque contare sulle interpretazioni convincenti del proprio cast che, nonostante i toni sopra le righe, in più scene sa gestire in modo efficace gli aspetti maggiormente emotivi dell’intreccio creato dagli sceneggiatori. Il tentativo di superare l’assenza di una figura importante come Hannah con Ani appare tuttavia poco riuscito e l’approccio quasi in stile crime story non risulta particolarmente brillante, ricordando poi da molto vicino – e per una pura coincidenza – lo stile scelto per la seconda stagione di Elite, altro progetto molto amato dai teenager.

La serie creata da Brian Yorkey, prima di salutare definitivamente gli spettatori, dovrà ritrovare le redini di un racconto fin troppo dispersivo, per obiettivi e quantità di tematiche, scegliendo un approccio al racconto della vita dei teenager che non lasci spazio a interpretazioni negative e a messaggi molto discutibili come quello lanciato con la rivelazione dell’identità del colpevole della morte di Bryce.

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