1994 – Episodio 1 ed Episodio 2, la recensione

1994 ha un altro passo rispetto alle due serie precedenti e lo annuncia un grande inizio.

Il famoso discorso di Silvio Berlusconi, quello dalla scrivania, quello di “L’Italia è il paese che amo” non l’abbiamo mai sentito ma lo sogna Leonardo Notte con se stesso al posto del proprio capo. Sogni di grandezza, sogni di doppiezza. Lui è la sua ombra, decide i suoi movimenti, studia le sue strategie, sistema i suoi torti, spiana la strada verso il consenso e il governo. Quel momento di pura mitologia della politica italiana, il discorso televisivo che ha cambiato il paese fatto da qualcuno che non aveva nessuna carica ma poteva farlo (come fosse un presidente della repubblica a capodanno) perché possedeva le televisioni che l’hanno mandato in onda, viene canonizzato come momento topico da quest’attacco che chiude ricordandoci come ci eravamo lasciati.
È in breve il complesso lavoro che fa questa serie: fondare la mitologia di ciò che avvenne in quei 3 anni rivoluzionari, trasfigurando fatti veri e assegnando ad ognuno un ruolo e un posto nell’epica della seconda repubblica.

Leonardo Notte ha subito un attacco alla fine della terza stagione, gli hanno sparato. Ora invece lo vediamo qualche mese dopo sano come un pesce dietro le quinte del confronto Occhetto/Berlusconi condotto da Mentana. Un altro momento topico del 1994, durante il quale si svolgerà tutto questo episodio 1, fuori formato come fuori formato saranno anche i prossimi. Ognuno con un tema, ognuno con un focus specifico.
In questo braccio di ferro riusciamo a capire in ogni momento le forze in campo, chi sta perdendo e chi vince (ogni tanto ci viene proprio detto, ma spesso lo capiamo). L’idea è di lavorare sulla componente di thriller della diretta televisiva, due soggetti che si scontrano e vogliono emergere, umiliando l’altro, due soggetti ognuno con la sua strategia già decisa che come squadre di calcio devono anche aggiustarla in corsa. È davvero un’opera ben fatta questo primo episodio in cui tutta la narrazione (che ne era di quel proiettile? come sono i rapporti con Arianna? E D’Alema?) è svolta durante gli eventi, dentro l’azione e non nelle pause tra una e l’altra.

A fare davvero la differenza in questa puntata è finalmente un uso pieno, consapevole, spietato e audace dell’elemento su cui si fonda quasi tutta la serialità di nuova generazione: il mistero.
Per accompagnarlo Giuseppe Gagliardi in diversi punti sceglie un sottofondo di batteria che richiama lo score di Birdman mentre i personaggi, come in quel film, si muovono febbrilmente dietro le quinte per ingannare, barare, vincere. Intanto Accorsi mostra di essere a suo agio con il nuovo Notte, tornato dalla morte, scampato al carcere (forse) e ancora più vuoto e spietato. L’unico vero antieroe della tv italiana (è ormai ampiamente superato a destra Genny, retroceduto a mammoletta dopo la quarta stagione di Gomorra) che festeggerà questo straordinario ritrovato statuto andando con una minorenne nel finale, cosa che per la nostra televisione è molto ma molto ma molto peggio di qualsiasi omicidio intenzionale!

L’episodio 2 invece ritorna al classico, ma con una variazione. Non più un’unità di tempo e luogo ma una puntata più canonica che si svolge durante tutti i primi mesi di governo Berlusconi e che tuttavia ha un’unità di personaggio. È infatti tutta dedicata a Veronica Castello, eletta parlamentare con Forza Italia, pronta ad una nuova vita non più dipendente dal proprio corpo, anche se poi (in una bellissima scena) ha bisogno di vedere quello stesso corpo, il suo, allo specchio e in altri panni per crederci davvero. Purtroppo gli altri non la pensano alla stessa maniera.

Questo personaggio in eterna ricerca di redenzione da se stessa, che porta sempre su di sé il peso di qualcosa, fuori posto ovunque, a disagio in un corpo dentro il quale chiunque vorrebbe stare, ma contemporaneamente abilissima nell’usarlo, ha finalmente la sua passione e il suo apice. In una lunga puntata è affrontata da capo a piedi nei suoi nuovi panni. Dotata di un indefesso desiderio di cambiare, di non essere quello che gli altri hanno deciso che deve essere in base al suo aspetto e di poter decidere della propria vita, ora finalmente vede l’occasione per raggiungere l’obiettivo e la sfrutta.

Il Parlamento infatti si rivela ben presto solo un altro mondo di uomini, per giunta più o meno gli stessi di prima (almeno quelli di Forza Italia), in cui le donne hanno la posizione che occupano anche altrove, una marginale. La puntata è permeata da una forte aria di girl power, di amicizia e solidarietà femminile sviluppata attraverso gli schieramenti da Veronica con Giovanna Melandri, Stefania Prestigiacomo o Alessandra Mussolini che forse è un po’ eccessiva e in certi punti sfocia in scene da commedia sofisticata americana: amiche colte, ricche, ben vestite in scenari fantastici. Ma è il meno, come è il meno (paradossalmente) tutto l’intreccio che riguarda la fatica per far discutere un disegno di legge contro lo stupro, è un pretesto, una carota messa davanti all’asino per farlo correre nella direzione che interessa (diritti delle donne, autonomia, lotta allo sguardo predatorio di chi l’ha eletta miss Parlamento).

Il vero cuore della puntata è un altro, è questa celebrazione di Veronica Castello, lei che assieme a Sole Pietromarchi (la moglie del primo ministro in Il miracolo) è uno dei migliori personaggi femminili concepiti dalla tv italiana negli ultimi anni. Non solo pieno e a tutto tondo ma maestoso nelle contraddizioni e nell’esemplarità come un cavallo in corsa.
Veronica Castello è il trionfo del corpo della donna guardato e bramato su cui si misurano tutte le contraddizioni dell’uso e abuso (anche quando è lei ad usarlo per i propri obiettivi l’impressione è sempre che la decisione non sia spontanea, che ci sia qualcosa di più grande che la spinga), ma anche finalmente un personaggio femminile che per parlare dell’essere donna non tace dell’elefante nella stanza, cioè l’incredibile e morbosa attrattiva che sviluppa il suo corpo sull’altro sesso.

Un personaggio così non basta scriverlo, per definizione si fonda soprattutto sull’interpretazione. E davvero solo Miriam Leone, oggi, poteva interpretarla. Non solo perché non esiste altra attrice dotata sia della plausibilità come “la donna più bella che io abbia mai incontrato” (come la definisce Leonardo Notte) sia della capacità di rendere credibile questa attrattiva, flirtare di continuo con lo spettatore e dimostrare che non sono solo battute di una sceneggiatura, ma soprattutto perché a differenza di tantissime altre attrici italiane dotate della medesima presenza fisica, Miriam Leone fin da 1992 ha dimostrato di non avere timore di usarla, sfoggiarla, metterla in scena e manovrarla ad arte per guadagnarsi quello statuto di simbolo del corpo della donna.

Al contrario di quanto non abbia fatto in quasi tutte le altre produzioni cui ha preso parte, in questa serie Miriam Leone è andata all in, accettando di recitare qualsiasi gesto o espressione a partire dall’idea che quel personaggio non sa fare a meno di usare la propria attrattiva. Annullare tutto il resto per fare spazio al corpo e solo poi, scena per scena, costruire nello spettatore piano piano l’idea che dietro quell’apparenza così ingombrante ci sia qualcosa da guardare e che non è facile, non è facile davvero farlo.

In un panorama di attrici (ma pure di sceneggiature!) impaurite all’idea di una rappresentazione reale delle dinamiche di potere imposte dal corpo, incapaci di usarlo, caute nel dosare la meschina autorità di una presenza irresistibile, timorose nel dar vita a personaggi che vivono di corpo o che sembrano non conoscere altra lingua che non sia quella dell’attrazione del maschio e mostrano un desiderio fortissimo, incontenibile di essere desiderate (il resto della serie ha il compito di mettere in luce cosa accada come conseguenza), si impone quindi come un dovere morale di qualsiasi spettatore coscienzioso amare Miriam Leone, senza obiezioni.

È un lavoro duro ma va fatto.

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