BoJack Horseman stagione 6 (prima parte): la recensione

Arrivati alla sesta e ultima stagione, l’unico difetto che si può imputare a BoJack Horseman è quello di aver abituato il suo pubblico all’eccellenza. Esiste un momento, che può essere individuato verso la fine della seconda stagione, in cui lo show di Raphael Bob-Waksberg è stato benedetto da uno stato di grazia assoluta, che non lo ha mai davvero abbandonato. Non sarà una sorpresa scoprire che anche la prima metà della sesta stagione ripropone i punti forti della serie: una scrittura arguta, personaggi stratificati come pochi altri, comicità intelligente, creatività, capacità di giocare con il proprio universo.

Tra le caratteristiche principali e più intelligenti della scrittura di BoJack vi è la quasi totale comprensione delle proprie mancanze. Il protagonista non è uno sprovveduto che per qualche motivo rovina la propria vita, ma, come la maggior parte delle persone là fuori, ha una forte autoconsapevolezza. Semplicemente, questa non si accompagna ad una uguale forza di volontà. Ecco quindi che il finale della quinta stagione ce lo mostrava, finalmente, tentare di fare un passo serio nella giusta direzione. Lo ritroviamo quindi in un centro di riabilitazione: non è l’ultima spiaggia, ma è un momento cruciale per la sua vita. Al tempo stesso, tutti i personaggi secondari sono arrivati ad un momento di grandi decisioni personali.

Mancano, in questi otto episodi, gli exploit sperimentali di altissimo livello, quelli che in passato avevamo visto in episodi come Fish Out of Water, The Old Sugarman Place o Free Churro. Ma, ancora una volta, sarebbe ingiusto non riconoscere i meriti di una scrittura indubbiamente tra le più stimolanti e ricercate della televisione. C’è un episodio iniziale inframezzato da flashback che non ci dicono troppo di nuovo sul percorso autodistruttivo del protagonista, ma che raccontano con doloroso realismo le radici del suo alcolismo. Nel fare ciò, la serie traccia – anche nella sigla – un legame indissolubile con la morte di Sarah Lynn, che rimane il trauma centrale della serie.

C’è un cielo stellato, quello del planetario di Los Angeles, associato indissolubilmente all’alcol ogni volta che questo torna in scena. E già quelle stelle bastano ad evocare uno scenario incorporeo, lo stesso delle sagome nere e dei silenzi del finale di That’s Too Much, Man! BoJack – personaggio e serie – esiste ancora in quei silenzi, ma anche nelle realizzazioni improvvise, negli sprazzi di spaventoso realismo che trapelano in alcuni determinati momenti dello show. E forse quei corpi celesti si trovano nella galassia dei legami, positivi e negativi, che BoJack ha disseminato nel corso degli anni. Alcuni si sono spenti, altri hanno trovato un modo diverso di brillare, ma praticamente nessuno è passato illeso dal contatto con BoJack.

Si va da Gina, l’attrice assalita sul set, alla regista Kelsey. Ma c’è anche l’eterna insoddisfazione di Diane, che forse potrebbe trovare la felicità in un altro luogo, e Mr. Peanutbutter che deve fare i conti con i propri sensi di colpa. C’è Todd che vive nella sua bolla di ingenuità e cerca di lanciare il solito business strampalato, ma anche Princess Carolyn che deve capire cosa voglia dire essere madre. Soprattutto, essendo questa la stagione finale, c’è la resa dei conti definitiva con gli errori del passato: non solo Sarah Lynn, ma anche gli eventi in New Mexico della seconda stagione.

La divisione in due parti non fa bene alla serie, troppo breve e inevitabilmente incompiuta nelle proprie storyline. Però sappiamo che, anche quando arriverà il finale (31 gennaio) questo non presenterà comunque una risoluzione definitiva delle vite dei protagonisti. Non si guarisce mai del tutto, ma si può imparare a convivere con le cicatrici e forse capire di essere altro oltre ad esse.

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