Preacher, la recensione del finale di serie

Si parla molto di amore in questo finale di Preacher. Amore inteso come sentimento puro, di misericordia verso l’umanità intera. Amore come senso di condivisione, tra persone che condividono un obiettivo. Amore come legame indissolubile tra due esseri umani che si scelgono. Ma amore anche come esigenza e fonte di dolore. Ed è qualcosa che stride un po’ con il tono grossolano e le assurdità scomposte della serie, ma che appunto va bene – in alcuni casi anche molto bene – proprio perché siamo arrivati alla fine della storia. Meno grottesco, più action, lo show arriva alla sua conclusione, la sua personale Apocalisse.

È la fine del mondo, è uno spettacolo, ed è in diretta tv. Jesse, Tulip e Cassidy si impegnano in tutti i modi per impedirla. Il predicatore deve fronteggiare la minaccia del Santo degli Assassini, Tulip deve liberarsi di Featherstone, Cassidy non ha il coraggio di uccidere Humperdoo. Dopo i loro confronti personali con Dio della scorsa settimana, a tutti loro viene restituito il pieno spazio delle proprie scelte e delle proprie azioni. Il Creatore li osserva, in disparte, coinvolto emotivamente, ma frenato dal libero arbitrio che ha concesso all’umanità. Tutta la prima parte dell’episodio procede in velocità, tra un combattimento e l’altro.

C’è meno spazio per le parole, e quando queste arrivano sono al servizio della trama o di qualcosa di emotivamente forte. Ogni elemento ha un peso forte, e la vicenda viaggia molto agilmente grazie a tutto questo. Funziona soprattutto lo scenario inedito rispetto al fumetto, un dietro le quinte di un’ideale trasmissione con tanto di conto alla rovescia. E i personaggi che abitano questi luoghi li rendono ancora più forti. È il caso di Jesse, il Santo degli assassini e i genitori di Genesis in una cappella, o di Starr e Featherstone nell’ufficio del Grail, o di Tulip e Cassidy nel camerino di Humperdoo.

Questa prima parte della puntata si chiude nel successo – prevedibile – della missione. Muoiono il pistolero, il Messia e Featherstone. I cattivi fuggono, i buoni mandano tutti a casa. Perfino Gesù uccide Hitler, in un primo e unico moto di rabbia. A quel punto la sorpresa e il salto temporale di due anni, non sarà l’unico. Jesse rintraccia Dio ad Alamo e vi si reca per il confronto finale. Si tratta di una parentesi di pochi minuti, uno spazio incontaminato all’intero dell’episodio e dell’intera serie. I due personaggi parlano, anche seriamente, di questioni universali e particolari, non per questo meno importanti. Arrivano domande e soprattutto risposte, e in tutto questo c’è la nostra diffidenza verso uno show che non è mai stato così serio per così tanto tempo.

Tutto ovviamente precipita nel momento in cui Jesse comprende la natura di Dio, come Essere che dona amore, ma che soprattutto chiede amore. C’è qualche momento action scomposto e sgraziato, ma che non toglie forza al momento. Soprattutto, alla scrittura interessante che Preacher fa di Dio, perfino più profonda e stimolante (piccola eresia) rispetto al fumetto originale, e che gioca tutta sulla contraddizione tra l’onnipotenza e l’impossibilità di costringere qualcuno ad amare. Jesse fa proprio quanto detto nello stesso episodio da Tulip: fare qualcosa solo per se stessi non è necessariamente da egoisti, e il predicatore non ha più nulla da chiedere al suo Creatore. Dio torna quindi in paradiso, dove trova ad attenderlo il pistolero, che lo uccide.

Tutti gli altri personaggi trovano un loro finale abbastanza schematico, ma non sempre prevedibile. Eugene accetta il proprio aspetto e riesce a sfondare come cantante, come ci svela una maglietta indossata da una ragazza in un negozio. In quello stesso negozio lavora Gesù, anche lui apparentemente sereno e soddisfatto. Stranissimo invece il finale di Starr, che riesce a cavarsela senza un graffio e senza conseguenze.

La serie di Seth Rogen, Evan Goldberg e Sam Catlin si chiude su una nota dolceamara. L’ultima scena si sposta quarant’anni nel futuro, di fronte alle tombe di Jesse e Tulip. Sul posto si trovano la figlia dei due (interpretata sempre da Ruth Negga) e il solito Cassidy. C’è un momento di condivisione intimo, personale, il ricordo nostalgico del tempo che fu e delle avventure vissute, che non potranno più tornare. La scrittura crede molto a questo piccolo tocco drammatico, e sarebbe bello abbandonarsi al ricordo e alla poesia del momento, se non fosse che Preacher ha rigettato per quattro stagioni quella stessa serietà. Peccato, perché l’immagine sfocata di Cassidy che brucia e scompare nella luce del giorno è una delle più ispirate dell’intero show.

CORRELATO A PREACHER, LA RECENSIONE DEL FINALE

Consigliati dalla redazione