The Terror: Infamy, la recensione

Non era semplice tornare con una nuova stagione dopo il miracolo televisivo compiuto l’anno scorso con i primi dieci episodi di The Terror. Come già accaduto a svariate serie antologiche antecedenti – True DetectiveAmerican Horror Story sono solo due tra i molti esempi in tal senso – anche lo show della AMC portava sulle spalle il gravoso compito di non far rimpiangere (troppo) il capolavoro artico con Jared HarrisTobias Menzies protagonisti.

Ecco l’orrore tornare in una forma inedita, serpeggiare tra le baracche di un campo di concentramento statunitense dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, vengono costipati i cittadini d’origine nipponica. Una precauzione di facciata, un’atrocità sociale nei fatti, nonché un contesto nuovo e potenzialmente accattivante per il prosieguo della serie prodotta da Ridley Scott.

La trama della nuova stagione – che non può fare a meno di portare alla mente i più recenti campi di detenzione costruiti lungo il confine meridionale degli Stati Uniti – si fa strada sotto la pelle degli spettatori rinunciando alla rarefazione visiva della prima stagione, che alternava a meraviglia claustrofobia navale e agorafobia glaciale, ma l’intento sembra essere il medesimo: anche in questo secondo arco di episodi, The Terror emerge come riflessione sulla natura umana, più inquietante nella sua parte realistica rispetto a quella fantastica.

Dovendo avvicinare lo spettatore a una tragedia storica di cui tuttora si tende a parlar poco, la serie si concentra sulla famiglia Nakayama: il pescatore Henry (Shingo Usami), la moglie immigrata Asako (Naoko Mori) e il figlio Chester (Derek Mio), aspirante fotografo internamente conteso tra due realtà culturali – quella statunitense e quella giapponese – a cui sente di non appartenere totalmente. Sono, questi, solo i principali tra i molti volti che affolleranno il campo d’internamento che fa da location primaria alla maggior parte della stagione, straziato campo di battaglia e atroce eco di una guerra che, per il resto, si svolse ben lontano dagli Stati Uniti.

Come già avvenuto nella prima stagione, l’orrore di queste nuove puntate è tutto corporeo: gli arti sono contorti, i colli si spezzano, ma al di là di questo percepiamo una matrice antropologica più specifica rispetto all’universalità della carne straziata, un germe nato dal genere kaidan della letteratura giapponese, che declina qui in modo nuovo e affascinante la narrativa legata ai fantasmi. Fare affidamento su tali pietre miliari culturali è un gesto rispettoso della vera sofferenza degli immigrati giapponesi internati nel campo, nonché uno spunto orrifico piuttosto efficace.

Tuttavia, nella seconda metà della stagione, Infamy sembra perdere il fuoco in troppe occasioni, mescolando la mitologia nipponica al folklore sudamericano in un coacervo di ritualità che finisce per risultare troppo arzigogolato per sfuggire all’etichetta di pastiche. Ciò che è peggio, questa bizzarra mescolanza non giova né all’atmosfera orrifica né all’approfondimento psicologico dei personaggi, precludendo talvolta una degna conclusione ad alcune linee narrative seminate nel corso delle prime puntate.

In questo senso, la serie paga il prezzo di un nuovo arco narrativo schiacciato dal peso del predecessore; siamo ben lungi dai dieci anni di lavoro sulla sceneggiatura della prima stagione dello show e, sebbene la storia dei Nakayama abbia tutte le carte in regola per toccare più facilmente il cuore dello spettatore, manca di quella cruda, spietata energia che sprizzava dalla parabola televisiva nata dalla mente di Soo Hugh David Kajganich. Pur in una palude di disperazione, Infamy sembra voler adottare scorciatoie più facili e immediate, rinunciando al rischio e abbassando, di conseguenza, il prestigio del premio finale.

Un’occasione sprecata, dunque? Probabilmente sì, in considerazione dello straziante contesto scelto per l’odissea dei Nakayama e le molte potenzialità della mitologia giapponese; inoltre, la risoluzione del mistero principale e la sconfitta della yurei appare tanto schematica e banale da rasentare il ridicolo, specialmente se paragonata alla furia devastatrice dimostrata dallo spirito fino a quel momento. Una rinuncia che sa troppo di fiaba, che ha l’unico merito di essere ottenuta tramite uno stratagemma derivato da un’altra cultura, in uno sforzo congiunto che valica le rispettive tradizioni per il conseguimento di un risultato comune.

Va detto che, con il suo commovente epilogo, Infamy riesce a riscattare almeno in parte le molte goffaggini di scrittura disseminate nei precedenti nove episodi; seppur lontani anni luce dalla sublime ineluttabilità del finale della prima stagione, qualcosa di quello spirito permane in una forma del tutto inedita: come Crozier solo e sperduto tra il bianco polare con la sua nuova famiglia d’adozione, anche i nippo-americani che si riuniscono sulle sponde del lago divengono emblemi di rinascita, resilienti ma mai dimentichi dell’orrore vissuto quando la compassione viene messa da parte in favore della paura del diverso.

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