Watchmen 1×01: la recensione

Le coordinate spaziotemporali del prologo del Watchmen di Damon Lindelof sono tra le più strane che ci si potesse aspettare. Questo riadattamento del materiale di Alan Moore, che in realtà è una specie di sequel del fumetto originale, prende il via nel passato. Sarebbe un’occasione ideale per rassicurare i fan del materiale classico, mostrare volti e storie familiari per avvicinarli al proseguimento della storia. Nulla di tutto ciò. Di devastazione si parla, e dell’uccisione di cittadini innocenti, ma tutto assume radici più drammaticamente umane che fantascientifiche.

Ci troviamo a Tulsa nel 1921, e la storia inizia raccontandoci i disordini razziali che devastarono la città per giorni, provocando la morte di decine, se non centinaia, di afroamericani. Protagonista è un bambino, che si diletta a seguire al cinematografo le avventure di un ipotetico pistolero di colore, raddrizzatore di torti. Un supereroe d’altri tempi, si potrebbe dire, in un momento in cui gli eroi non vestivano la calzamaglia e portavano stellette da sceriffo invece di spillette con lo smile. Da questo riferimento chiaro e più che simbolico, che verrà ripreso anche nel finale con il ritorno di un personaggio, muove l’attacco violento che apre la serie.

Non è chiaro, e un episodio è poco per dirlo, se questo Watchmen sia un’operazione troppo azzardata, ma bastano poche scene per capire che Damon Lindelof non intende compiacere a tutti i costi. Essendo già di per sé il sequel del fumetto, seppure di un caposaldo, lo show taglia fuori una grossa fetta di pubblico, per quanto rimpolpata dagli spettatori, appassionati o casuali, dell’adattamento di Snyder. Nella versione della HBO, Watchmen – almeno il titolo è rimasto lo stesso – non intende giocare sui facili accostamenti tra personaggi e versioni invecchiate, o almeno non solo su quello e non da subito. Peraltro, questo è un presente ucronico e alternativo, che ha già il proprio bagaglio di eventi con cui fare i conti.

A quanto pare, il diario di Rorschach è stato trovato e diffuso. La visione del mondo nichilista e violenta del vigilante ha attecchito e ha generato una cellula terroristica che cita le frasi più celebri del personaggio e ne indossa la maschera. In qualche momento del passato molti agenti di polizia sono stati attaccati, e da allora sono autorizzati a girare con le maschere. Tra questi c’era il personaggio di Regina King, la detective Angela Abar, che apparentemente ha lasciato la polizia, ma in realtà opera come vigilante speciale insieme a pochi altri selezionati dalle forze dell’ordine. L’idea di dover indossare delle maschere per proteggere la propria identità e la sicurezza dei propri cari è già un elemento tipico dei supereroi, con cui l’originale giocava e che qui è ancor più diffuso, forse normalizzato.

L’episodio dura un’ora, gratta la superficie, presenta un contesto, ma promette ancora moltissimo da raccontare. Pochi flash sul mondo ci raccontano una situazione diversa dal fumetto originale. Lì il senso di apocalisse incombente gettava il racconto in uno stato di frenesia e urgenza quasi angoscianti. Qui, al netto di vari problemi, la situazione ha assunto una propria quotidianità. Robert Redford è il Presidente degli Stati Uniti, e si verificano delle occasionali piogge di calamaretti che evidentemente sono collegate al cataclisma provocato da Ozymandias.

A proposito, Adrian Veidt è stato dichiarato morto, stando a quanto dicono i giornali, ma in realtà non lo è, stando a quello che vediamo in scena, con un Jeremy Irons abbastanza in salute, che vive in ritiro in una magione insieme a pochi servitori. Archiviato il fascino per l’antico Egitto e Alessandro Magno, il personaggio sembra non aver abbandonato i propri propositi di condizionamento del presente che lo circonda. Qui, ai due servitori dalla probabilissima natura artificiale, anticipa l’inizio di una recita intitolata “Il figlio dell’orologiaio”, dove quest’ultima definizione si riferisce a Dr. Manhattan.

E gli orologi tornano spesso nel corso dell’episodio, evocati anche dai seguaci di Rorschach, a puntellare alcuni momenti carichi di tensione. Da segnalare anche la canzone Unforgettable, che era presente anche nella prima scena del film e serve a tracciare un accostamento tra il personaggio di Judd Crawford (Don Johnson) che morirà alla fine della puntata, e il Comico, che moriva nella prima scena del film. Si tratta di due eventi traumatici che in qualche modo lanciano la trama della serie.

C’è uno scontro tra la polizia e i terroristi e, come detto, un finale drammatico che già taglia fuori quello che poteva essere uno dei protagonisti della serie. Archiviate le tensioni geopolitiche dell’opera originale, Watchmen porta lo scontro in casa, elabora tensioni sociali e razziali creando un parallelo lungo quasi un secolo, ci racconta uno scenario più intimo che però promette di diventare grande.

La serie di Watchmen va in onda su Sky in contemporanea con gli Stati Uniti, dal 21 ottobre – alle 3 della notte fra il 20 e il 21 e poi alle 21.15 – su Sky Atlantic e NOW TV

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