Succession (seconda stagione): la recensione

Per capire il linguaggio e la filosofia stessa alla base di Succession si può partire anche dal contesto dell’ultimo episodio della seconda stagione. C’è uno yacht lussuosissimo che diventa ambientazione chiusa che definisce e intrappola i personaggi stessi. Fanno parte della stessa famiglia, si stanno godendo una pausa rilassante, per quanto possibile, per staccare da una crisi che sembra alle spalle. All’improvviso il contesto muta, si scopre che uno di loro, non si sa chi, è sacrificabile. Il patriarca Logan Roy è l’assassino senza arma, che deve solo emettere la sentenza. C’è ironia, ansia, dramma, ma c’è soprattutto la capacità di modellare tutto questo in un racconto stimolante e avvincente.

Perché di fatto Succession, anche alla seconda stagione, porterebbe con sé una certa pesantezza di fondo. Episodi da un’ora che raccontano di una facoltosa famiglia statunitense, composta da personaggi se non meschini, quantomeno incapaci, che più dell’apprezzamento altrui desiderano solo un’occasione per tradire. Anche stavolta si torna a raccontare la storia della famiglia Roy, con l’anziano padre-padrone Logan (Brian Cox) e i suoi quattro figli Kendall, Siobhan, Roman e Connor (Jeremy Strong, Sarah Snooke, Kieran Culkin e Alan Ruck).

Per tutti loro rimane l’esigenza di ripensare continuamente all’eredità di un impero editoriale forse in crisi. Il tutto mentre devono difendersi dalle ripicche reciproche e dalle minacce esterne, compresa un’inevitabile e molto contemporanea inchiesta su episodi di molestie con tanto di audizione di fronte ad una commissione. Succession è il presente, è l’altra faccia della crisi, è la copia riconoscibile di immagini e linguaggi ormai quotidiani. Ma, per tornare all’inizio, ciò che lo rende davvero molto valido è il piglio tragicomico, o meglio ancora farsesco, con cui narra se stesso. Tale è l’imbarazzo umano in certi momenti di fronte all’inadeguatezza dei personaggi, che alcuni movimenti di macchina ravvicinati sui volti sembrano usciti più da Arrested Development che da La grande scommessa.

In fondo di quello si parla, di una famiglia molto facoltosa che fa acqua da tutte le parti, in cui ognuno interpreta con eccessiva sicurezza il ruolo che gli è proprio, ma senza mai eccellere. E soprattutto senza mai essere scontato. C’è ad esempio Siobhan, l’unica figlia di Logan, che dovrebbe essere la più seria, la più matura, la più adatta. Ma anche lei viene descritta ad un certo punto come “più intelligente di quel che crede di essere”. C’è Roman, il matto del gruppo, forse totalmente inaffidabile, eppure, per qualche motivo, nel suo approcciarsi con la giusta distanza alle cose riesce a ottenere risultati. Discorso a parte meriterebbe Kendall, devastato umanamente dalla ricerca dell’approvazione di un padre che odia, o che odia amare.

La serie HBO creata da Jesse Armstrong riesce ad essere molte cose: un puro dramma ambientato nel mondo della finanza, una tragedia umana, una soap opera scritta splendidamente, una sfrontata messa in scena delle contraddizioni del potere e della società, con un’indiretta messa in stato d’accusa dei responsabili.

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