American Horror Story: 1984 9×08 “Rest in Pieces”: la recensione

C’è probabilmente un limite al numero di volte in cui può essere divertente veder uccidere qualcuno in un horror slasher. American Horror Story, che divertente lo è stato raramente, ha raggiunto e superato quel limite tempo fa. Rest in Pieces, che offre la consolazione di essere il penultimo episodio della stagione, spinge l’acceleratore sulle morti, davvero tante, nessuna di peso, nessuna interessante. Forse la scorsa puntata, che era abbastanza diversa da questa, serviva a dimostrare che cercando anche un vago senso di serietà e un po’ di fondamenta, la serie di FX può aspirare ad essere migliore.

Ma non è questo il caso. La resa dei conti più lunga e ripetitiva di sempre inizia, nel momento in cui stavolta davvero tutti i personaggi sono arrivati a Camp Redwood e sono pronti a farsi del male a vicenda ancora e ancora, senza che tutto questo serva probabilmente a qualcosa. Il povero Mr. Jingles viene tolto di mezzo innumerevoli volte, insieme a varie altre vittime occasionali. E l’unico elemento in comune è la stanchezza visiva e narrativa di tutto questo. Ramirez, Margaret e Bruce sono cattivi senza spessore e senza carisma, le parole che pronunciano sono più ripetitive delle pugnalate che tirano alle loro vittime.

Ci sarebbe qualcosa da chiudere qui, ma è anche difficile capire da quale punto di vista osservarla. Ci importa dei fantasmi prigionieri? Sono quasi peggiori da morti che da vivi, ed è dire tanto. Ci importa della storia di Mr. Jingles? La scorsa puntata aveva fatto un buon lavoro, ma in questo episodio tutto lavora per sminuirne l’importanza. Serve a qualcosa la vendetta di Brooke, se di questo si tratta? Forse, ma è come se ogni storia fosse raccontata nel modo meno coinvolgente possibile. Perfino qui, dove la sceneggiatura inserisce un po’ tardivamente riferimenti a caso sugli sceneggiatori che renderebbero simpatici i serial killer (è autoironia?).

A quel punto, qualunque pretesa di interesse si scontra con una vicenda che quasi fatica a raccontarsi, che torna sempre agli stessi luoghi, gli stessi gesti ripetuti, spogliandoli di peso e significato.

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