LIBERI TUTTI, LA RECENSIONE

Solo un mostro non ha potuto provare nemmeno un filo di eccitazione di fronte all’idea di una nuova serie di due dei tre creatori e sceneggiatori di Boris (probabilmente la miglior serie televisiva italiana di sempre). Certo è un prodotto RAI e certo è un prodotto che la RAI ha voluto mettere su RaiPlay. Certo la trama non lasciava presagire nulla di eccitante e certo mancava uno dei pilastri fondamentali del trio, Mattia Torre (recentemente scomparso). Ma è anche vero che più di metà cast viene da Boris e che nelle piccole comunità, come quella di questa trama, la scrittura di quella serie ci sguazzava.

La storia è un piccolo pretesto per mettere a confronto i cosìddetti puri di cuore, con i cosìddetti lupi del mondo e ridere dei contrasti. Un avvocato senza scrupoli, traffichino, intrallazzone, furbetto e per questo ricco viene pescato con 25 milioni di euro nel bagagliaio. Un magistrato lo costringe agli arresti dalla sua ex moglie in una comunità autogestita. Questa comunità è stata tutta microfonata così che la polizia possa intercettare e ascoltare quel che fa nel tempo che passa lì e magari incastrare pesci più grandi. Così un lupo va tra gli agnelli. La comunità è una parodia della sinistra estremista, tollerante, piena di residui new age, di ideali insensati, poco pratica e avvezza alla vita. Lui è la personificazione dell’espressione “Il mondo è dei furbi”. Non può che odiarli, ma con il tempo li apprezzerà e li aiuterà a modo suo.

 

Fin dalle prime immagini del primo episodio è evidente che siamo di fronte ad un prodotto RAI pensato per un pubblico RAI e per essere in linea con gli standard di fattura RAI. Luce chiara, scenografie eccessivamente pulite e poco vissute, costumi idem, grammatica delle inquadrature basilare (establishing shot, campi e controcampi senza nessuna variazione), recitazione non sempre al medesimo livello e una generale sensazione di approssimazione che viene principalmente dal fatto che non ci sia una direzione omogenea per gli attori.

Giorgio Tirabassi è l’avvocato e tira la locomotiva con un cinismo da favola che sa alternare ad uno strano sentimentalismo. Senza di lui, onestamente, ad un certo punto si potrebbe anche interrompere la visione. Anita Caprioli è la sua ex moglie che ormai odia lui e tutto quello che rappresenta. Thomas Trabacchi il suo nuovo marito. Il resto è una carrellata di volti noti tra i quali spuntano Ugo Dighero e Caterina Guzzanti (menzione speciale per Giordano De Piano nei panni di Lapo).

Chiude la storia la coppia che ascolta l’audio intercettato e vive gli eventi della serie come una soap opera, facendo il tifo e tirando le morali.

C’è poco da girarci intorno: Liberi Tutti non è Boris.

Ma non solo: Liberi Tutti non è una serie che possa gareggiare con la nuova televisione, è semmai un buon prodotto di vecchia, vecchissima televisione. Sguazza negli stereotipi, è innamorata del buonismo e dei sentimenti di tutti i personaggi, ha il passo lento che desidera stare appresso ad ogni singolo spettatore distratto e gli eventi semplici che non devono creare problemi a nessuno, infine ha un intreccio che sia comprensibile da chiunque. Ma chiunque chiunque. L’idea è di non sfidare e poi mai lo spettatore, nemmeno azzardando livelli di lettura più profondi del primo. Al massimo ci si accontenta di farlo ridere e in certi casi la serie ci riesce anche bene (i due albanesi della “ditta notturna” sono un’invenzione esilarante, recitati benissimo e scritti con gusto), ma niente ha la capacità di stamparsi nella memoria.

 

 

E dire che invece i presupposti potevano esserci, perché la comunità del Nido (così si chiama il centro, prima occupato e poi autogestito, in cui è confinato il protagonista e con lui la serie) è un piccolo circo di freak nei quali è possibile intravedere archetipi del mondo reale. Le possibilità di satira di costume c’erano insomma e il terreno era buono per una scrittura nello stile di Boris, che unisca al grottesco spinto trovate al limite del demenziale, in un mondo in fondo tristissimo. Liberi Tutti invece vuole rassicurare, racconta un mondo in cui nulla potrà andare mai male, in cui tutti i drammi rientreranno, nessuno si farà male e alla fine della fiera la cosa più importante è che tutti ci vogliamo un sacco di bene. Gli snodi più telefonati si accoppiano ai momenti di smielato affetto che non riescono nemmeno a comunicarlo, si limitano ad avvertire che sta avvenendo.

Più la si guarda con attenzione più la serie è un disastro. Più la si fruisce spensieratamente e in leggerezza, senza pensarci sopra, meglio se ne può godere.

Alla fine se si dovesse indicare uno e un solo problema sarebbe il fatto che è una serie senza coraggio. La scrittura non sempre a livello, il target adattato a quello RAI, la messa in scena sonnolenta e la totale mancanza di idee vengono paradossalmente dopo, come anche i pregi. Perché niente ha davvero senso se ci si piega così allo stile e ai dettami della peggiore vecchia televisione. E non che nella vecchia televisione non ci possano essere ottimi esempi! Solo che questa serie non lo è, perché ne accetta ogni convenzioni senza che siano sempre appropriate e senza avere il coraggio di sfidare qualcosa o qualcuno, senza voler stupire, senza volersi distinguere ma accontentandosi di accontentare a rendere la serie un piccolo esercizio di stile al massimo carino.

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