The Loudest Voice: la recensione

Il giornalismo raccontato da The Loudest Voice è l’antitesi di quello di The Newsroom. I protagonisti della serie di Aaron Sorkin, per quanto antipatici e saccenti, interpretavano il ruolo come una missione morale, e fondavano il loro lavoro su un’etica stringente, fino a raggiungere quasi punte di ingenuità. La serie di Showtime, invece, più che essere la biografia dell’amministratore delegato di Fox News Roger Ailes, è il quadro impietoso di un intero meccanismo comunicativo, manipolatore e frastornante. La miniserie funziona grazie a una scrittura sopra le righe, che non chiede grande elaborazione allo spettatore, probabilmente non così incisiva come vorrebbe essere.

Ogni episodio, che prende il nome da un anno specifico, copre un periodo specifico di Roger Ailes alla direzione di Fox News. Si inizia nel 1995, con la missione impossibile di riuscire a costruire da zero un network capace di affermarsi sul mercato. Ailes domina la scena, la riempie con il suo fisico diverso da quello di tutti gli altri, e intanto costruisce senza esitazioni un linguaggio alternativo per l’informazione in tv. Qualcosa di quasi sperimentale, che prevede di ridurre ogni argomento alle sue componenti più immediate, che non disdegna la prevaricazione nel dibattito, che si rivolge dichiaratamente ad una fetta di pubblico ignorata da altri network.

Se Fox News, anche oggi nel dibattito politico, è un marchio, un tipo di linguaggio, un certo modo di porsi rispetto agli argomenti, Roger Ailes è la personificazione di quel linguaggio. L’umanizzazione, se c’è, passa attraverso il suo continuo riaffermare le proprie convinzioni, sia in generale sia per dettare le linee guida del network. Ci sono molte scene madri che tendono a sottolineare la sua diversità rispetto a tutti gli altri, e che giocano con la semplicità con cui banali regole di buon senso o etica giornalistica sono aggirate o ignorate. Il secondo episodio della miniserie è interamente incentrato sulla narrazione contingente, e poi parallela, al disastro delle Torri Gemelle. E sarebbe semplice rilevare l’intreccio tra giornalismo e politica, che trovano un punto di incontro nei concetti di slogan e manipolazione, raccontato di recente in Vice – L’uomo nell’ombra (Dick Cheney appare anche nella puntata).

The Loudest Voice – appunto, la voce più rumorosa che finisce per farsi ascoltare di più – è basato su un testo biografico, e il suo racconto sembra sempre arrivare da un futuro che ha già elaborato questi fatti e li ha inseriti in una precisa cornice storica, sociale e politica. Si parla, in effetti, anche di sessismo, da quello più sottile (una giornalista a cui è chiesto di non indossare pantaloni, ma solo gonne), a quello che sfocia nella molestia (e che sarà determinante nell’ultima parte della vita di Ailes). Così, la figura di Donald Trump, anche quando non è in scena, è evocata fin da subito, come quando la regia nell’episodio dell’11 settembre insiste sull’accostamento tra due schermi sui quali appaiono George W. Bush e lo stesso Trump.

Nonostante le ottime interpretazioni di Russell Crowe – qui in uno dei ruoli più impegnativi della sua carriera – e di Naomi Watts, The Loudest Voice non è così incisivo o rivelatore come vorrebbe essere. Forse troppo limitato da una serie di ruoli prestabiliti e raramente approfonditi, in una scrittura che dopo due episodi ha ben spiegato tutto ciò che vuole essere, in una lettura senza dubbio impietosa, ma forse non così stimolante.

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