Padroni di noi stessi è il primo episodio dall’inizio di questa stagione di The Man in the High Castle che devia l’attenzione dal centralissimo personaggio di John Smith per concentrarla, per una ragione più che valida, su quanto sta avvenendo tra la Black Communist Rebellion ed i Giapponesi dopo che Kido è riuscito a sventare un mini colpo di stato ai danni della Principessa Ereditaria, guidato dal Generale Inokuchi per impedire il ritiro delle truppe dagli Stati Giapponesi del Pacifico.

Dal punto di vista storico/strategico questa è probabilmente la puntata di maggiore impatto della serie in cui, dopo una certa stasi politica, qualcosa arriva a cambiare prepotentemente gli equilibri negli Stati Uniti e tutto a cominciare dall’intervento di un piccolo uomo. Nascosto nel negozio che era una volta il suo orgoglio Childan vive assieme a Yukiko nel terrore di essere arrestato dopo essere stato liberato dalla BCR ed il suo incubo diventa realtà quando alcuni soldati della Kempetai fanno irruzione per portarlo dall’Ispettore Kido che, sorprendetemene, vorrà però da lui solo qualche informazione sui membri della Black Communist Rebellion. Nonostante nei suoi giorni di prigionia Childan era certo sarebbe stato ucciso e descriva quindi i suoi carcerieri come “selvaggi“, l’antiquario ammetterà anche di essere rimasto sorpreso nel rendersi conto che queste persone, che gli erano sempre state descritte nel modo peggiore, si siano dimostrati invece più scaltri di quello che non avesse immaginato, il che si dimostrerà ancora più vero quando il gruppo riuscirà a fare dopo soli 7 episodi quello che la Resistenza non ha ottenuto in 4 stagioni.
Il piano di Bell e della BCR di fare infatti una serie di attentati per tagliare i rifornimenti dell’Impero in America riuscirà talmente bene che, per la fine dell’episodio, il Giappone annuncerà il proprio ritiro dal territorio, grazie anche all’intervento di Kido che, alla domanda diretta della Principessa se valga per loro la pena rimanere e combattere, l’Ispettore risponderà che a lungo termine probabilmente sarebbero riusciti a soffocare la ribellione, ma a costo della vita di troppi figli del Giappone, ricollegandosi così a uno dei temi principali di questa stagione e cioè quale genere di futuro questi uomini stiano lasciando in eredità ai propri figli o quanto meno a quelli di loro che sopravviveranno.
L’uscita di scena del Giappone lascia così i tedeschi come unici occupanti e con mire espansionistiche mai sopite, mettendoli però anche in conflitto con la Black Communist Rebellion che si troverà così a dover combattere un nemico peggiore di quello di cui si erano appena liberati.

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A casa Smith, nel frattempo, Helen cerca di fare buon viso a cattivo gioco ed essere la brava moglie tedesca di cui suo marito ha bisogno per rendere credibile quella che è ormai la farsa del loro matrimonio, convinta come è che la loro posizione di privilegio sia appesa ad un filo. Per farlo si rivolgerà persino all’odiata Margarete Himmler che, tutta zucchero e fiele come l’avevamo conosciuta qualche episodio fa, le darà una serie di preziosi consigli su come riguadagnare la fiducia perduta del Reich dopo la sua fuga nella Zona Neutrale. Decisa a fare del suo meglio per proteggere le sue figlie, Helen parteciperà così ad un programma televisivo di cucina con una sorta di Martha Stewart nazista per condividere con i telespettatori le tradizioni culinarie della sua idilliaca famiglia. Chiamata però a raccontare al pubblico il più bel ricordo del suo primo Reichsgiving (ebbene sì, il partito ha cambiato il nome persino alla famosa festività), per un momento Helen si perde nel passato, riportando alla memoria proprio quel lontano giorno che abbiamo visto in “Mauvaise Foi” in cui il destino degli Smith cambiò per sempre e il tradimento ai danni del loro amico Danny segnò la loro strada.

Nel frattempo Wyatt e Juliana arrivano a New York e trovano rifugio in quello che è l’ormai quartiere fantasma di Harlem, completamente abbandonato dopo i rastrellamenti del 1949. Ancora una volta, una particolare scena ci porta a fare un paragone con un episodio dell’ultima stagione di The Handmaid’s Tale, un’altra serie distopica che ha molto in comune con The Man in the High Castle. Entrando nella casa abbandonata che farà da loro quartier generale, Wyatt e Juliana si troveranno infatti a guardare tra i beni della famiglia di colore che l’aveva abitata, costretta chiaramente ad abbandonarla senza poter portare nulla con sé o magari uccisa brutalmente proprio sul posto, come alcune macchie di sangue sui tappeti suggeriscono, il tutto a sottolineare come la vita di una normalissima famiglia sia stata brutalmente interrotta dalla guerra. Anche in The Handmaid’s Tale c’è una scena molto simile, in cui Serena Joy Waterford e la moglie del Comandante Winslow visitano a Washington una possibile casa per lei ed il marito, nel caso decidano di trasferirsi in città, un altro luogo congelato nel tempo, pieno di ricordi della famiglia che vi aveva abitato ed infestato dai fantasmi di una vita che fu.

La quarta ed ultima stagione di The Man in the High Castle è disponibile su Amazon Prime Video dal 15 novembre.

The Man in the High Castle 4×07 “Padroni di noi stessi”: la recensione

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