The Man in the High Castle giunge alla sua conclusione dopo 4 stagioni e 40 episodi lasciando molto in sospeso sul futuro di alcuni dei suoi protagonisti e dell’equilibrio politico mondiale.
Nel complesso, la serie non ha avuto vita facile ed ha spesso cambiato direzione contribuendo a volte ad una certa lentezza dove si sarebbe invece potuto costruire qualcosa di più avvincente ed incalzante, allontanandosi sempre più dai caratteristici temi allegorici del romanzo di Philip K. Dick a cui è ispirata, per prendere per un certo periodo le vesti di un racconto di fantascienza inserito in una realtà distopica, prima di tornare, proprio in questa ultima stagione, ad introdurre nuovi personaggi, come i ribelli della Black Communist Rebellion, approfondire la storia di alcuni protagonisti e porsi interrogativi fondamentali come se l’uomo sia schiavo del suo destino, se l’ambiente che lo circonda influenzi le sue scelte e se le persone possano trovare la forza di cambiare ed essere migliori.

In questa ultima stagione, alla guida dei nuovi showrunner Daniel Percival e David Scarpa, che hanno rimpiazzato Eric Overmyer, che ha sua volta sovrainteso la serie dopo l’uscita di scena del suo originale creatore Frank Spotnitz, molte cose sono tornate al posto giusto, dando allo show quella direzione che forse avrebbe sempre dovuto avere e incentrando la storia intorno a John Smith. In un lungo percorso in cui Rufus Sewell è riuscito a dare vita ad un personaggio ambiguo, che non ha mostrato fino alla fine la sua vera natura, quello del Reichmarshall si è dimostrato il personaggio e l’interprete migliore della serie e di una stagione in cui gli autori hanno incentrato la narrazione intorno ad un gruppo di persone ispirato a cambiare in meglio la propria realtà, grazie al mondo parallelo che hanno potuto vedere.
Tutti, naturalmente, tranne il John Smith.John Smith: E’ insostenibile poter osservare da quella porta i vari tipi di persona che avresti potuto essere e sapere che tra tutte le opzioni possibili, questo è ciò che sei diventato.
Quando all’alto ufficiale è stata infatti data l’opportunità di vestire i panni di un se stesso alternativo, ci siamo domandati se incontrare Thomas, un’altra versione del figlio amatissimo e perduto a causa delle folle leggi del Terzo Reich, lo avrebbe portato a riconsiderare le sue scelte o piuttosto a sviluppare l’idea di rapirlo e portarlo nel suo mondo ed in Fuoco degli dei ci viene fornita l’inequivocabile e triste risposta, che influenzerà peraltro irrimediabilmente anche il rapporto tra i coniugi Smith, nonché il loro destino. Dove Helen (Chelah Horsdal), un personaggio che da mera figura di supporto ha acquisito sempre più spessore, rifiuta infatti categoricamente l’idea che un’altra versione di suo figlio sia trascinata nel terribile mondo che loro stessi hanno contribuito a creare, John, il cui senso dell’amore si traduce ormai solo in desiderio di possesso, non esiterebbe – con la scusa di volergli risparmiare la brutalità della guerra in Vietnam – a trascinarlo in un incubo. Il suo disfacimento morale non si traduce inoltre solo nell’indifferenza che ormai prova per i sentimenti degli altri, ma trasla da una politica di non interventismo adottata in gran parte della serie, alla pura e sconvolgente brutalità di questo finale, quando Smith, ormai raggiunto il vertice della piramide di comando, immagina per l’America che governa un futuro non dissimile da quello della Germania nazista, fatto di violenza, uccisioni, torture e campi di concentramento; un progetto che la sua incredula moglie legge nero su bianco tra i suoi documenti gelosamente conservati e protetti. Anche Helen, a quel punto, deciderà di agire, ma lo farà tradendo l’uomo che un tempo amava e pagando con la sua stessa vita il coraggio di aver fatto la scelta giusta.

La fine di John Smith, un uomo che avrebbe potuto essere migliore, ma ha scelto consapevolmente di essere la versione peggiore di se stesso, sembra invece illusoriamente lasciare spazio ad un certo rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato, ma considerato quanto oltre si sia spinto con le sue folli azioni, le sue ultime parole ci sono sembrate più una consapevole resa di fronte al destino, un triste epitaffio e una presa di coscienza, più che un pentimento, come testimonia il fatto che il personaggio si uccida stringendo tra le dita quella stessa svastica che ha adornato per così tanto la manica della divisa che ha scelto di indossare tradendo il suo paese e perdendo se stesso.

A fronte di un percorso narrativo decisamente riuscito con i coniugi Smith, il disservizio più grande di questa ultima stagione è stato probabilmente fatto a Juliana (Alexa Davalos) che, dopo la morte di Frank Frink (Rupert Evans) e Joe Blake (Luke Kleintank), non ha più trovato pienamente il suo posto nella storia ed è stata ridotta a personaggio necessario per servire uno scopo e far progredire la trama, piuttosto che protagonista con il suo legittimo arco narrativo di evoluzione e crescita e questo nonostante il suo intervento risulti fondamentale nella conclusione del percorso di John Smith.

Personaggi che hanno condiviso un simile destino sono stati anche il ministro Tagomi (Cary-Hiroyuki Tagawa), prematuramente sacrificato all’inizio della stagione senza poterlo mai nemmeno rivedere in azione, ed in parte anche l’Ispettore Kido (Joel de la Fuente), le potenzialità della cui storia erano veramente molte, ma mai esplorate in profondità, e che ha finito il suo percorso sacrificando il proprio futuro ed entrando nella Yakuza per permettere al figlio di avere una vita felice e facendo così da contraltare al fallimentare istinto paterno di John Smith il quale non è mai  riuscito a comprendere l’importanza di lasciare un’eredità morale ai propri figli, nonché un mondo migliore.

Un’altra trama inesplorata e che ha dominato questa stagione, è stata quella della Black Communist Rebellion, i cui esponenti sono riusciti miracolosamente ad ottenere un’impensabile vittoria, grazie anche alla scelta del Generale Bill Whitcroft (Eric Lange), uno dei fedelissimi di John Smith che sognava chiaramente un mondo diverso da quello del suo superiore, di non radere la suolo San Francisco come il Reichmarshall gli aveva ordinato di fare, lasciando così intendere che l’America sia pronta a riconquistare la propria indipendenza sotto la sua guida.

Per quanto concerne il portale, nella scena finale in cui vediamo Wyatt, Juliana e l’uomo nell’alto castello accogliere viaggiatori in arrivo da un’altra realtà, il messaggio non esplicitamente espresso è che questo corridoio tra diversi mondi sia ormai definitivamente aperto e rimarrà tale, senza che vi siano apparentemente più problemi per gli eventuali doppelgänger che dovessero attraversarlo.

La quarta ed ultima stagione di The Man in the High Castle è disponibile su Amazon Prime Video dal 15 novembre.

CORRELATO A THE MAN IN THE HIGH CASTLE RECENSIONE

Cosa ne pensate della serie? Lasciate un commento!