Watchmen 1×08 “A God Walks Into Abar”: la recensione

È il 2019. Dottor Manhattan è sulla Terra, e si è appena risvegliato da un lungo sonno della mente. Lo chiamano Cal, ma non è il suo vero nome. Lo chiamano Dottor Manhattan, ma non è il suo vero nome. Il suo vero nome è Jon, e sa di non poter essere salvato. Il penultimo episodio della prima stagione di Watchmen si intitola A God Walks Into Abar: il doppio senso contenuto nel titolo della puntata cela una profonda ironia. L’ironia dei passionali, di chi racconta una storia con gioia e amore, di chi sa che la grandezza delle storie è nei dettagli, non nella seriosità. Damon Lindelof ha dimostrato, anche qui, di voler essere quell’autore.

È il 2008. Damon Lindelof ha appena scritto uno degli episodi televisivi più straordinari di sempre. Si chiama La costante, e parla di un uomo di nome Desmond la cui coscienza è sbalzata continuamente in più momenti nel tempo: solo l’amore potrà salvarlo. Dottor Manhattan condivide quella specialità, ma ne domina in modo assoluto tutte le possibilità. Come nell’episodio This Extraordinary Being, il flashback che domina l’episodio, e che racconta la storia di Angela e Cal, è giustificato all’interno della narrazione. Non è un puro strumento narrativo, ma è conseguenza degli eventi narrati nel presente. Nel sesto episodio era la Nostalgia, qui è la visione fuori dal tempo di Dottor Manhattan.

È il 2009. Sempre nella scrittura di un episodio di Lost, Lindelof introduce uno strumento, una bussola, che viene consegnata a John Locke. Si tratta, ma lo scopriremo solo molto più avanti, di un oggetto fuori dal tempo, senza un’origine né una fine, creata dal paradosso di una consapevolezza del tempo non lineare. Watchmen qui gioca con quell’idea, la manipola, la stringe nel palmo della mano e le dà le fattezze di un uovo, e la utilizza per giustificare eventi che non hanno un’origine definita o logica, come il trasferimento a Tulsa o i crimini di Crawford. Nel momento in cui Dottor Manhattan entra in scena come narratore interno, l’intera impostazione della storia ne viene travolta, e si sposta su binari diversi, semplicemente perché non può fare altrimenti.

È il 1986. Nella serie a fumetti, Jon Osterman è condannato. La donna che ama, Janey, non può salvarlo, fugge via per non vedere cosa sta per accadere. Jon rinasce come Dottor Manhattan, e da quel momento vive la contraddizione profondissima, sulla quale l’intera puntata si impernia. L’essere assoluto non ha alcun potere. Perché al di là di esso, attraverso di esso, esiste la barriera del tempo, che è infrangibile e insuperabile. Dottor Manhattan abbraccia ciò che è, per decenni, sulla Terra e su Europa, perché non può essere altro. Come Adrian Veidt, che qui vediamo e su cui impariamo molto (dove si trova e perché), è schiavo delle proprie predisposizioni, ma ha la condanna di riuscire a vederle pienamente. Addirittura, nel momento in cui deve scegliersi una maschera nel bar, non può far altro che indossarne una di se stesso. E, viceversa, per lui a differenza di altri indossare una maschera “umana” significa liberarsi.

È il 2009. Dottor Manhattan è in un film. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso. Dicono che la catastrofe che ha ucciso milioni di persone è colpa sua, dicono che ha distrutto intere città, e che il pianeta deve unirsi contro di lui. Come sappiamo, la serie HBO abbraccia invece la versione originale, con il mostro tentacolare spaziale, assurdo e lovecraftiano, schiantatosi a New York. Addirittura vediamo Veidt lanciare altre piogge di calamari sul pianeta, quasi come un gioco, poco prima di autoesiliarsi in un paradiso che per lui è l’inferno. C’è un momento molto divertente in cui Veidt parla di appropriazione culturale, e un altro in cui cita un piccolo elefante (che forse dovrebbe farci scattare un campanello). Ma quel che più importerà qui è il piccolo anello di metallo che dona a Jon, e che dovrebbe bloccare la sua memoria.

È il 2019. Nella serie televisiva, Jon Osterman è condannato. La donna che ama, Angela, non può salvarlo, ma rimane per cercare di fare qualcosa. Tutto il resto è già scritto, è già accaduto, di per sé non avrebbe alcun senso. Ma il punto è proprio questo. Lottare contro l’inevitabile, rigettando il controsenso per cui “tutte le relazioni finiscono in tragedia”. Dottor Manhattan non può razionalizzare tutto questo, ma può innamorarsi di una persona che agisce così. Nello stesso momento in cui si innamora, la conosce in un bar, e in quello stesso istante si inginocchia di fronte a lei, ma è lui a ricevere un anello, e non è certo un anello di matrimonio. Eppure in quell’oggetto c’è una promessa, una costante che rimane fissa nel tempo e che, come in Lost, così in Watchmen, è l’amore.

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La serie di Watchmen va in onda su Sky in contemporanea con gli Stati Uniti alle 3 della notte tra domenica e lunedì e poi lunedì sera in versione originale alle 21.15 su Sky Atlantic e NOW TV.

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