American Horror Story: 1984 9×09 “Final Girl” (season finale): la recensione

Alla ricerca di una chiusura più netta e significativa, American Horror Story chiude la sua stagione più breve con un episodio ambientato nel presente. C’è un salto di decenni in avanti nel futuro, proprio quando la storia era arrivata al culmine, e tutto è raccontato tramite flashback. Un personaggio, che scopriremo essere il figlio di Richter-Mr. Jingles, ritorna a Camp Redwood, e qui assiste in qualche modo alla fine di una storia, che poi è anche la storia della sua famiglia. Non sarebbe male, e da qualche parte sicuramente esiste una narrazione che fa giustizia a questa vicenda, ma non qui.

Anche nel finale di stagione, intitolato Final Girl, American Horror Story rimane fedele ai propri stilemi, così insistiti anche in 1984. C’è il gusto per l’orrore grossolano, splatter ma raramente creativo. Ripetuto così tante volte da essere spogliato di qualunque appeal visivo o narrativo. Quest’anno, come gli anni precedenti, alla morte è stato tolto tutto il suo peso, probabilmente mai in modo così radicale e netto. Una volta svelata la meccanica dei fantasmi di Camp Redwood, lo show ha riproposto più volte di quante sia possibile contare il discorso dei morti che ritornano. Personaggi sempre uguali a se stessi, in un limbo al quale si può anche cercare di dare delle regole, ma non si può chiedere di crederci fino in fondo.

Bobby, interpretato qui dalla vecchia conoscenza Finn Wittrock, torna a Camp Redwood in un momento in cui tutto si è già compiuto. Incontra i fantasmi che sono ancora lì, e tramite i loro racconti scopre insieme a noi quel che è accaduto. Nulla di davvero risolutivo o sorprendente. I troppi cattivi sono stati eliminati, quelli che tornavano in vita sono stati tenuti sotto controllo uccidendoli ogni volta. Trent’anni sono niente o sono tutto, secondo le circostanze e la percezione richiesta. Donna e Brooke raccontano la loro parte della storia, che non è mai elaborazione o bilancio di qualcosa di più grande, ma solo collante tra un po’ di omicidi e gli altri.

Alla fine poco rimane, se non il sospetto che questa stagione volesse dire qualcosa di più. In particolare gli ultimi minuti sembrano trarre un bilancio in questa catena di maledizioni da una generazione all’altra, che forse si interrompe con l’ultimo sopravvissuto (che pur non essendo una ragazza, è una delle tante final girl dell’episodio). Ma cercare coerenza interna o semplice fluidità dell’intreccio in una storia simile è esercizio vano. Anno dopo anno, American Horror Story rinnova la capacità di essere caotico e fuori posto in un modo che è sempre uguale a se stesso. Sarebbe quasi invidiabile la costanza nella formula, se non fosse così difficile da sostenere. 1984 potrebbe non essere la peggiore stagione di sempre – se non altro perché è la più breve – ma è l’ennesima conferma negativa di una formula stanca.

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