Little America (prima stagione): la recensione

Qualunque forma di discriminazione passa dalla spersonalizzazione dell’altro, dalla sua riduzione ad un’unità generica di una categoria a caso. Viceversa, raccontare l’individuo significa inevitabilmente empatizzare con la sua storia, il suo percorso, le sue necessità. Little America fa questo: costruisce un racconto dell’umano a partire da singole, piccole vicende reali, romanzate il giusto. Tende all’universale perché elabora temi e conflitti che sono parte dell’esperienza umana condivisa, ma li narra in chiave intima e calorosa, con una sincerità di fondo che spesso scalda il cuore. Otto piccole perle, alcune più preziose di altre, che costituiscono la prima stagione della nuova serie Apple TV+.

Si tratta di uno show antologico composto da episodi da mezz’ora che raccontano storie vere di immigrati negli Stati Uniti. Una “piccola America” (simile a quella vista in Ramy) spesso esclusa dalla grande narrazione, che tuttavia può ritrovare parte della propria identità, in termini di accoglienza e arricchimento, nelle vicende qui esposte. Si tratta di narrazioni che provengono da più parti del mondo, la Nigeria, il Messico, la Cina, l’Europa, il Medio Oriente, e che presentano protagonisti diversi per indole, età, conflitti personali. Il tratto comune delle storie allora è la definizione di sé, del proprio percorso rispetto alle proprie origini oppure no, trapiantato negli ultimi decenni della “terra delle opportunità” per definizione.

Sono vicende di affermazione personale contro forme di pregiudizio non sterili o vaghe, ma sempre interiorizzate e profonde. Sarebbe stato forse facilmente gratificante cedere al racconto di un generico razzismo e di mentalità ristrette, ma qui Little America attua quel rovesciamento di prospettiva che si diceva all’inizio. Lascia fuori lo sguardo del mondo e la pura narrazione di concetto, e racconta semplicemente l’uomo o la donna. Ogni volta che introduce una vicenda, pone domande banali, ma irrinunciabili: chi è questa persona? Da dove viene? Perché è qui? Cosa vuole ottenere? Cosa la ostacola?

Ciò che funziona in questo approccio è che da un lato serve alla tematica di fondo (la pura empatia), ma dall’altro è anche il modo migliore per raccontare una storia qualunque e farci affezionare al protagonista. C’è la storia di The Jaguar, in cui una ragazza difficile trova uno scopo in un’attività sportiva; c’è The Manager, in cui un giovane precoce lega la passione per le parole al sogno di rivedere i genitori; c’è The Rock, in cui un uomo fa un investimento su un terreno dove sorge una enorme roccia e, Fitzcarraldo contemporaneo, sogna di distruggerla per costruire una casa. Menzione a parte per l’oggetto strano della stagione, l’episodio The Silence. Si tratta di una mezz’ora quasi del tutto priva di dialoghi, ma che presenta anche i volti più noti della serie: Melanie Laurent e Zachary Quinto.

Sono storie semplici, in cui la veridicità della scrittura non permette sempre risoluzioni attese o una fluida scrittura in tre atti. Eppure l’umanità arriva sempre, nel doppio significato del termine. Lo show, basato su storie apparse su un magazine, vede tra i produttori esecutivi Kumail Nanjiani, Lee Eisenberg e Alan Yang. Proprio di quest’ultimo vale la pena ricordare il lavoro compiuto con Master of None insieme ad Aziz Ansari: serie carica di umanità e riconoscibilità che contiene al suo interno, tra le altre cose, una vicenda di integrazione su un immigrato di seconda generazione.

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