Lost in Space 2: la recensione

La famiglia Robinson trova il proprio senso specifico solo nella risoluzione di problemi all’apparenza insormontabili. I protagonisti di Lost in Space, come suggerisce il titolo, non sono interamente definibili in una situazione di quiete, ma vengono davvero fuori come nucleo e come individui solo attraverso le sfide che devono superare. Come la prima stagione, anche la seconda struttura il proprio intreccio generale e quello episodico sulla base di questa esigenza. Lo fa in modo coerente e piacevole, anche se mai davvero stratificato o sorprendente. Ma la visione delle disavventure di questa tenace famiglia spaziale rimane gratificante.

Quindi, pericoli (anzi “Pericolo!”, come scandirà spesso il robot), ma anche solitudine. I Robinson, naufraghi letterari prima di tutto, devono vincere come comunità isolata rispetto agli altri esseri umani. La seconda stagione sfrutta il cliffhanger della prima per riproporre certe soluzioni già esplorate. Come nella prima annata, i primi episodi li vedono affrontare da soli le conseguenze di un naufragio spaziale. Dovranno collaborare, guardarsi dall’infida dottoressa Smith, fidarsi l’uno dell’altro, e forse solo allora potranno proseguire.

Il resto della stagione riprende i collegamenti con la prima, e accenna qualche retroscena in più sui robot, non più rappresentati solo dall’amico di Will. Ma, in questo show in cui l’intreccio non è mai così forte o complesso, ogni momento o svolta esiste per mettere in scena la fermezza e la determinazione dei protagonisti. Spesso altri parlano dei cinque personaggi come se fossero un’entità unica (“I Robinson sono fatti così. Questo è tipico dei Robinson”) e la scrittura conferma questa visione. Maureen, John, Will, Judy e Penny hanno ognuno le proprie caratteristiche e sono personaggi più o meno riusciti secondo le circostanze, ma tutti loro si riferiscono ad una visione unica e sono narrati come nucleo.

Che è il senso primo e più importante dello show Netflix. Cioè tornare alla radice fondamentale, la famiglia, come arma di difesa più importante anche in un contesto futuristico. Lost in Space traduce tutto questo in una storia che non ha ambizioni da grande drama, ma che riesce a raggiungere i propri obiettivi. Può far sorridere il fatto che in quasi ogni episodio il climax sia rappresentato da una situazione di pericolo mortale nella quale un personaggio quasi si getta perché “è giusto così”. E ogni momento può essere l’ultimo, e quindi vale la pena usarlo per ripetere “ti voglio bene” oppure per spiegare di aver appreso una lezione o una semplice morale.

E sì, ci sono personaggi cattivi, altri – come Don – che sanno esprimersi solo tramite battute, e la serie non ha quel senso di meraviglia immaginifico che ci si aspetterebbe da uno show spaziale. Tanto che, nel momento in cui vediamo insieme a Maureen e John una meravigliosa creatura aliena, crediamo per un attimo di trovarci in un’altra serie. Eppure Lost in Space riesce ad essere genuina e semplice in modo sincero, baluardo stellare di un positivismo, di un ottimismo razionale che si basa sulla scienza, sull’empatia e sul coraggio.

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