Luna nera (prima stagione): la recensione

Dopo il crime di Suburra e il teen drama di Baby, arriva il fantasy. Luna nera è la terza produzione originale di Netflix per l’Italia, e arriva sulla piattaforma con una prima stagione da sei episodi. In un contesto nostrano che raramente batte i terreni del fantastico, lo show quindi traccia un interessante legame tra il tema saliente della serie e il contesto produttivo che l’ha prodotta. Una serie realizzata principalmente da donne, che parla di donne e che trasla in chiave fantastico-medievale tematiche contemporanee. L’esperimento tuttavia è frenato dai vari limiti tecnici e da una scrittura che non riesce a condensare le singole intuizioni in un racconto serrato.

Nel XVII secolo, una levatrice di nome Ade è accusata, come sua madre, di stregoneria. Scacciata e ostracizzata, trova riparo insieme al fratellino presso un rifugio al limitare di un bosco. Qui trova altre donne come lei, streghe, perseguitate, maltrattate, diverse. Tuttavia la serenità del rifugio è messa alla prova da un gruppo di fanatici, noti come Benandanti, che hanno giurato di distruggere tutte le streghe o presunte tali. La situazione per Ade si fa complicata nel momento in cui si innamora di Pietro, che è il figlio del capo di questo pericoloso gruppo.

Il primo elemento che vale la pena di sottolineare è che Luna nera parla davvero di streghe. La simbologia delle donne “streghe” storicamente perseguitate qui davvero ci porta in un covo di donne che usano la magia. Basta questo scostamento a spostare l’asticella della serie dallo storico romanzato al fantastico, ed è sufficiente ad offrire allo show qualche freccia in più al proprio arco. Si può parlare di eletti, libri magici, poteri, figure malvagie che sono state davvero traviate dalla magia. Il tutto unito al classico viaggio di iniziazione dell’ultima arrivata che deve imparare tutto, ma che al tempo stesso potrebbe essere predestinata a grandi eventi.

Tuttavia, quanto all’esecuzione di tutto ciò, Luna nera non riesce a tradurre le proprie ambizioni in un racconto solido o centrato. Le interpretazioni non sostengono la vicenda, sono talvolta eccessivamente enfatiche, altre volte sottotono, altre ancora semplicemente poco convincenti. Ma gli stessi dialoghi, così come l’impalcatura dell’intreccio, si perdono in una vaghezza che si accontenta di accennare e procedere per canali immediatamente riconoscibili, ma che talvolta appaiono poco sinceri.

Manca il momentum in una vicenda che non riesce a trasmettere un’idea coesa di spazio vissuto, arricchito o anche solo percorso. Qualcosa che vale anche per la gestione dei personaggi. I percorsi di alcuni – compreso l’innamoramento che si diceva – appaiono ineluttabili, ma anche troppo veloci o radicali, come se, tra una decisione e l’altra, mancasse l’elaborazione. Ma, vale la pena sottolinearlo dato che si parla di una serie fantasy, è carente anche il tentativo di worldbuilding, anche solo nel suggerimento di una patina magica coerente in questa fantasia stregonesca.

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