Mr. Robot (finale): la recensione

Mr. Robot è l’opera televisiva definitiva sulla contemporaneità. No, non perché parla di fake news, manipolazione delle informazioni, divario sociale, ma perché intende la fragilità umana come condizione esistenziale inevitabile del presente. Ognuno di noi oggi, in rapporto alle infinite possibilità tecnologiche a propria disposizione, è chiamato ad esserci, a dare forma al mondo anche solo partecipandovi. Ma è una pretesa irrealizzabile. Ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero espresso è il grido di uno spettatore (della propria vita o anche solo di una serie tv) che chiede di esistere all’interno di un flusso di informazioni ed eventi sempre più vicini, eppure sempre più vaghi e caotici.

L’opera televisiva di Sam Esmail è la visione informatica delle più grandi ansie dello scorso secolo: l’uomo al centro, solo, disgregato, senza appigli e senza riferimenti. La mente fragile si disgrega e riesce a ricomporsi solo in forme contraddittorie che generano sofferenze e angosce. Le identità online, dal più banale profilo sui social all’attività da hacker vigilante, sono causa e conseguenza di un’instabilità personale. Compiacere gli altri e interpretare un ruolo per aiutare se stessi, perché è difficile trovare un modo più sincero per chiedere di essere amati.

Di questo – ma in realtà anche di molto di più – parla il doppio series finale di Mr. Robot, pietra definitiva su una stagione straordinaria. Ad un livello più basilare, di pura narrazione, non è così complesso nonostante la durata. Scopriamo cosa è accaduto al nostro Elliot dopo l’esplosione provocata da Whiterose. Si è ritrovato nella realtà che avevamo già visto nella scorsa puntata, in cui vive già una sua versione molto più sicura di sé e di successo. Il “nostro” Elliot ritrova suo padre, scopre che deve sposarsi con Angela, si interroga sulla natura di ciò che lo circonda. C’è anche una scena che forse cita Essere John Malkovich in cui ogni persona ha il volto di Christian Slater. Il mondo sarebbe perfetto, manca solo Darlene.

Dopo un confronto con il proprio doppio, Elliot “si uccide” e assume una nuova identità. Tutto dovrebbe culminare nel matrimonio con Angela, alla presenza di suo padre, realizzazione emblematica di tutte le proprie aspirazioni soffocate. Ma così non potrà andare, perché c’è altro da scoprire. In un’ultima seduta di autoanalisi con se stesso, Elliot dissotterra il segreto finale, quello inconfessabile. Anche lui stesso è un’identità fasulla. Il protagonista che abbiamo seguito per anni fa parte di un nucleo familiare artificioso, costruito da un Elliot segreto che non abbiamo quasi mai visto. Dal famoso incidente della finestra della sua infanzia, il protagonista ha infatti iniziato a costruire una serie di identità, ognuna con uno scopo preciso.

Il “nostro” Elliot era il guardiano definitivo, lo scudo contro le sofferenze del mondo, mentre il vero personaggio riposava in un bozzolo intoccabile. Ma è tempo di svegliarsi, o di morire, che qui vogliono dire la stessa cosa. Elliot fa un passo indietro, siede insieme alla sua famiglia in un cinema della mente (un po’ Inside Out e un po’ Donnie Darko). Le altre poltrone sembrano vuote, ma in realtà sono occupate da tutti gli spettatori che hanno seguito il viaggio fino ad ora e che – come nella Storia infinita – ormai ne fanno parte. In un delirio cromatico che cita 2001 – Odissea nello spazio, Elliot si risveglia.

Da un punto di vista di pura narrazione televisiva, questo è un bellissimo finale. È coinvolgente, è emozionante, è soddisfacente. Croce e delizia di tutte le storie di lungo corso, i finali si trovano sempre bloccati tra l’esigenza di dover sorprendere per essere memorabili, e la necessità di rimanere coerenti con il viaggio. Mr. Robot ci riesce. Sembra poco, e invece è tutto. Quando l’ultimo tassello cade sul mosaico, è come se lo spazio per accoglierlo fosse sempre stato là. Per una serie come quella di USA Network, che ci ha mandato in confusione più volte sovrapponendo diversi piani della realtà, questo è un grande risultato. Non sapremo mai davvero quanto di tutto ciò fosse programmato, ma va dato merito a Sam Esmail di una grandissima coerenza.

Per il resto, Mr. Robot riesce a ritagliarsi un posto d’onore tra le grandi serie tv. Dopo una flessione tra la seconda e terza stagione, questi tredici episodi – che potevano sembrare troppi – sono stati una lunghissima conferma del talento di Esmail. Esercizi di stile gratificanti, ma anche integrati nella narrazione. Ma soprattutto la capacità di leggere e aggiornare la grammatica della scrittura televisiva alla complessità del presente. Probabilmente nessuno definirà Mr. Robot l’erede di I Soprano o di Lost, che apparentemente sono così diverse, eppure c’è tantissimo di quelle due opere qui. Dalla prima riprende il discorso sull’insoddisfazione cronica dell’individuo, i traumi e le aspettative, e non è un caso che la psicoterapia sia centrale in entrambe le storie. Dalla seconda riprende il gusto per la “scatola magica”, il punto di vista spiazzante, la digressione che fonda la mitologia del mondo stesso e i suoi temi.

Riferimenti che in quest’ultimo episodio si moltiplicano, citando – forse inconsapevolmente, ma non è importante – due puntate cardine della storia della televisione come Funhouse e The Constant. Il tutto culmina in un risveglio semplice e straziante. In un saluto che sa di ritorno alla vita.

Hello, Elliot.

 

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