THE NEW POPE, DAL 10 GENNAIO SU SKY ATLANTIC: LA RECENSIONE

The Young Pope ha insegnato una cosa: che è impensabile guardare The New Pope come una normale serie tv, come una qualsiasi seconda stagione di un prodotto seriale.

I primi 10 episodi di questo progetto infatti non avevano mostrato quel primato della scrittura che solitamente vige in tv, anzi! Erano un delirio di regia, un continuo proporre una forma di racconto che funziona molto più per l’associazione di immagini che per il logico svolgersi di eventi. Una questione di montaggio, di fotografia di Luca Bigazzi e di immagini capaci di operare una sintesi clamorosa (e molto influente) su elementi opposti quali la tradizione vaticana, con i suoi costumi, e la sfacciata modernità pop del papa giovane.

La storia del papa bello e rivoluzionario, pieno di demoni e forse santo, era una cavalcata disomogenea, con diverse accelerate e molti momenti di stasi, che però riusciva spesso a creare un Vaticano, al tempo stesso moderno e tradizionale, come se davvero persone comuni si mettessero in maschera per nascondere vizi e passioni contemporanee, mai visto e a suo modo geniale.

The New Pope ha un attacco che sembra contraddire tutto questo: i primi 3 episodi hanno una spiccata vocazione narrativa, ci sono tantissimi eventi, alcuni gustosi e parecchio divertenti e un clima generale più rapido, più vicino agli standard televisivi. Ma la serie non è tutta così. Avanzando ritrova il suo clima, non appena riesce a creare di nuovo un equilibrio ai vertici del Vaticano, rimasto scosso alla fine della prima stagione dal coma di Papa Pio XIII e in cerca di una guida. La troverà in 3 episodi in John Brannox (John Malkovich), sir inglese ignavo, lontano da tutto, aristocratico e pigro, cardinale che non partecipa ai conclave ma sta nella sua villa in abiti borghesi. Di lavoro: annoiato. Non sarà facile convincerlo ma alla fine Voiello ci riuscirà e avrà Papa Giovanni Paolo III.

Dovrebbe essere qualcuno di manovrabile e invece il suo sarà da subito un papato alla ricerca della rivoluzione, una diversa da quella di Pio XIII. John Brannox è vanitoso, Lenny Belardo (Jude Law) è determinato, i due sono destinati a scontrarsi quando, come ampiamente annunciato, Lenny Belardo si sveglierà dal coma.

Se nella prima stagione il papa cercava la propria strada contro tutti, nascondendosi e proponendo un ritorno alla tradizione impensabile (eppure vincente), in questa si scontra politicamente con un suo pari, opposto e motivato. La parte migliore stavolta è come Sorrentino, Contarello e Bises lentamente mostrino di non avere in Brannox un cattivo, come sembrerebbe inizialmente tanto è spigoloso, ma davvero come un altro papa, un altro regnante da ammirare e con cui stare. Ha una bella backstory, ha un conflitto interessante (forse anche più interessante di quello di Lenny Belardo) e intesse subito relazioni forti.
Trattato come un protagonista Brannox non sembra mai di passaggio.

A non cambiare invece è lo stile di Sorrentino che anzi esaspera la sua tendenza a trovare il ridicolo nel serio. Costumi vivaci, svolte impreviste, balletti in chiusura e melliflui montaggi musicali che uniscono vari personaggi lontani tra loro con una stucchevole lentezza e nessuna utilità, fino alla continua apertura di nuovi fronti: sono tutti difetti che la serie si porta dietro e solo occasionalmente vengono compensati dai momenti più leggeri e goderecci (più presenti rispetto alla prima stagione).

 

Come sempre in Sorrentino però è una questione di momenti. Quanti momenti eccezionali riesce a creare The New Pope? Non pochi.

Non solo l’incredibile racconto parallelo dello sciopero delle suore, la crisi di Voiello (sempre più macchietta ma per questo sempre più riuscito e grandioso, sempre più umano e sensibile nel suo essere innamorato del potere, sempre più Silvio Orlando) ma soprattutto l’idea pazzesca del respiro del papa in coma. Papa Pio XIII per tutta la prima parte della stagione (e un po’ di più) sta in coma, e dal coma è più presente che mai, non solo perché appare in flashback o visioni ma perché a un certo punto i suoi fedeli si accorgono che ogni tot respiri emette un sospiro. E il numero di respiri prima del sospiro si accorcia sempre di più, come un lunghissimo conto alla rovescia. Il respiro viene trasmesso in radio e tutti attendono il sospiro. “L’assenza è presenza” diceva lo stesso Belardo nella prima stagione per spiegare il motivo per il quale non intendeva mostrarsi e ora, fuori dai giochi, è presente con il respiro in un pugno di scene pazzesche per forza, stasi, calma e, per l’appunto, presenza nell’assenza.

Sorrentino è innamorato del potere, lo abbiamo ampiamente capito dai suoi film, e la serie sul papa non fa eccezione. Tuttavia questa trovata sembra la più efficace di tutto il suo cinema, quella che meglio racconta la sua idea di potere che, tramite pochi gesti, poche parole e nessuno clamore, viene esercitato. Il potere immobile e terribile. Essere più presente che mai solo con un respiro, ascoltato da tutti, trasmesso in radio, atteso messianicamente. Un corpo immobile che lo stesso si impone all’attenzione di tutti.

John Brannox potrebbe essere un grande papa ma solo Lenny Belardo ambisce alla santità.

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