Hunters (prima stagione): la recensione

Forse, la premessa più giusta che si può fare di Hunters è che la nuova serie Amazon Prime Video non è tratta da un fumetto. Sembra una precisazione superflua, eppure per tutta la sua durata la serie accumula più riferimenti di quanti sarebbe necessario al linguaggio della pagina illustrata, soprattutto a quella delle storie di supereroi. Questa vicenda che precisa in continuazione di non avere nulla in comune con Batman o Spiderman è allora altro, molto altro. Forse troppo. Un racconto pulp di vendetta dai contorni vagamente storici, che alterna flashback molto drammatici a sperimentazioni pop ironiche.

Nel 1977, negli Stati Uniti, una banda di cacciatori di nazisti guidata da Meyer Offerman (Al Pacino) lotta contro i fuggitivi del Terzo Reich che hanno trovato rifugio oltreoceano dopo la guerra. Con lui c’è un gruppo di figure sopra le righe, dalla coppia in là con gli anni all’asiatico espertissimo di armi, dalla suora poco incline al perdono all’attore riciclatosi come cacciatore di nazisti. Nel più classico degli sviluppi, l’introduzione al mondo coincide con il punto di vista di un giovane che subisce un pesante trauma personale, e vuole vendicarsi di chi gli ha portato via qualcosa di importante. Lo interpreta Logan Lerman, che qui aderisce al ruolo di recluta, giovane arrabbiato, ma non del tutto rassegnato ai metodi violenti.

Malgrado sia un soggetto originale, creato da David Weil in una produzione a cui partecipa anche Jordan Peele, Hunters si sviluppa su una base più che classica. Tutto nell’esposizione dell’intreccio funziona perché indirettamente familiare nelle sue componenti. C’è chi accosterà nazisti e violenza pulp e penserà immediatamente a Bastardi senza gloria, ma Hunters è già più figlio di Kingsman – Secret Service, che non a caso era tratto da un fumetto. Ed è senza dubbio una questione di linguaggio, piuttosto che di contenuti. La lotta a nazisti in incognito negli anni ’70 poteva essere raccontata con uno stile più da spy-story, sicuramente più ancorato alla verosimiglianza. Ma non è questo il caso.

Dal punto di vista delle interpretazioni, c’è il sottile lavoro dei personaggi secondari. Per un Al Pacino strabordante, forse eccessivamente, è molto apprezzabile il lavoro di Carol Kane e Saul Rubinek, ad esempio, ma anche di Jerrika Hanton, che interpreta un’agente dell’FBI. Oppure di Josh Radnor, qui forse al suo primo ruolo riconoscibile dopo How I Met Your Mother.

Basterà una prima scena molto sopra le righe a raccontarci di una lotta tra il bene e il male senza esclusione di colpi, in cui le figure sono molto caricate da entrambe le parti. In questo si spiegherebbero i continui riferimenti nei dialoghi a Spiderman e altri supereroi. Ma si tratta già di riferimenti che tradiscono la contemporaneità della produzione Amazon, che forse non può o non vuole ignorare i riferimenti ai fumetti. Nel momento in cui termina The Man in the High Castle, su Amazon arriva allora una nuova fantasia televisiva che indugia sui simboli e l’ideologia dell’odio nazista, ma che soprattutto vuole porsi come evento televisivo. In questo si spiega il gigantismo di alcuni episodi, tra i quali il primo della durata fiume di un’ora e mezzo.

Ma si spiega anche l’incontro fra toni e stili diversi, nella ricerca di un racconto che desidera sempre andare al di là della pura esposizione. Una serie che può inserire un flashback terrificante sui campi di sterminio (ma sono momenti pur sempre suggeriti), e poco dopo interrompere un dialogo con un ironico e spiazzante gioco a premi in cui si devono indovinare le motivazioni dietro l’antisemitismo. Questo incontro tra La scelta di Sophie, Bastardi senza gloria e riferimenti insistiti ai supereroi carica il racconto di una pesantezza strutturale che non sempre riesce a sostenere.

Così come The Boys sosteneva il proprio racconto forte di una parodia insensibile e cinica ad un universo di supereroi che chiunque conosce bene, così Hunters elabora il proprio racconto con una coolness che potrebbe anche andar bene, ma non è sempre adatta. È consapevolezza di sé a più livelli, come esperimento televisivo che può essere strabordante, che forse deve esserlo per fare quel rumore necessario ad ottenere considerazione in un panorama così affollato. La cosa incredibile è che, nonostante tutto, Hunters non è un oggetto televisivo così particolare o graffiante o sorprendente. E questo ci dice qualcosa, nel bene e nel male, sullo stato attuale dell’offerta della cosiddetta peak tv.

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