I Am Not Okay with This (prima stagione): la recensione

Una ragazza coperta di sangue cammina per una strada deserta con aria svanita. Qualcosa di terribile deve essere accaduto, ma questa non è la storia di Carrie, anche se le somiglia talmente tanto che è impossibile non considerarla un omaggio. Si tratta invece di I Am Not Okay with This, nuova serie Netflix che nasce sulla scia di The End of the F***ing World. Il team creativo e i riferimenti fumettistici sono gli stessi, e ancora una volta si torna a parlare di rabbia giovanile. Il disagio e l’incertezza dell’adolescenza, incarnati da una Sophia Lillis brillante nella sua naturalezza, in una piccola serie che aspira a diventare cult.

Sydney è un’adolescente priva di riferimenti e confusa. Priva del padre, con una madre distante e con cui non riesce a comunicare, isolata a scuola e fuori. Le poche conoscenze con cui si sente a proprio agio, Dina e Stanley, sono piccole pareti sicure a cui appoggiarsi in una vita alla deriva. Su tutto questo si innesta una componente sovrannaturale. Talvolta Sydney perde il controllo e lascia andare quelli che appaiono come poteri psichici. Ne è turbata, più che affascinata, ma la vita prosegue perché così deve essere, tra problemi a scuola, turbamenti sentimentali, una non facile ricerca dell’equilibrio.

Come detto, non sarà difficile vedere qualcosa di Carrie in questa storia, ma I Am Not Okay With This è davvero figlio ideale di The End of the F***ing World. Alla regia torna Jonathan Entwistle, e c’è ancora un fumetto di Charles Forsman alla base della vicenda. In più, c’è il tentativo consapevole di costruire un terreno familiare e accogliente per gli orfani dell’altra serie, che qui ritroveranno lo stesso stile. Considerato il tipo di linguaggio televisivo al quale siamo abituati, è quasi strano che non si parli apertamente di “universo condiviso”, sulla scia di esperienze come Riverdale e Sabrina.

In ogni caso, la serie è qui ed è ben in grado di camminare sulle proprie gambe. C’è un’idea di disagio giovanile che trascende da subito il racconto verosimile per andare a parlare tramite metafore di dolore e mutazione. La rabbia che diventa un potere spaventoso capace di distruggere e fare del male è l’ennesimo cambiamento difficile da sopportare per Sydney che deve venire a patti con un corpo da adolescente che non riesce ad apprezzare, con esperienze sentimentali confuse, con il proprio orientamento sessuale. E poi c’è la giungla scolastica e familiare, tra bullismo e disagio che non fanno che acuire questa rabbia impotente.

Ma il tono che muove dalla serie non è così drammatico come la trama lascerebbe intuire. Chi ha visto l’altra serie sarà ben preparato ad un approccio cinico, ironico, beffardo a momenti di dolore. In particolare Stanley (Wyatt Olef) è un personaggio in grado di smontare la serietà di ogni momento, e la stessa voce narrante di Sydney, che parla con il proprio diario, è indicativa di una storia che sdrammatizza se stessa in ogni momento. Come The End of the F***ing World, la serie poi vive in una bolla ideale seminostalgica, di ambientazione contemporanea, ma che viene ignorata il più possibile mentre si esalta il formato delle VHS e ogni apparecchio moderno è il più nascosto possibile.

Sophia Lillis, che aveva recitato con Wyatt Olef in It, interpreta il disagio adolescenziale del proprio personaggio con una naturalezza ammirevole. C’è imbarazzo e disagio nei suoi gesti, nei suoi silenzi e sorrisi, ma anche rabbia e desiderio di esplodere, di fare del male anche a chi non lo meriterebbe. Bloccata tra il desiderio di essere amata e il timore del rifiuto.

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