Narcos: Messico (seconda stagione): la recensione

Una serie come Narcos: Messico, come tutto il genere gangster al quale aderisce, non può fare a meno di corteggiare la grandezza. Delle storie, dei personaggi, delle ambientazioni che narra. Al centro di tutto devono esserci necessariamente grandi uomini che compiono azioni eclatanti, capaci di definire un’epoca. Economicamente, politicamente, socialmente. Stile e criminalità dialogano, e tutto il resto scivola indifferente al dolore e alla morte che quell’incontro produce. Se la serie Netflix può emanciparsi da questo, allo stesso tempo non dà l’impressione di volerlo fare. Così, anche alla seconda stagione, accumula risposte e meccanismi attesi, ma non così coinvolgenti.

Ed è qualcosa che funzionava molto bene all’epoca di Escobar, granitico e accentratore, figura dominante. Il cartello di Guadalajara, con Felix in prima linea, recupera quell’approccio, ma appare come una storia di piccoli personaggi che da un lato e dall’altro cercano di imporre i propri obiettivi mentre la guerra è pronta a trascinarli via. Ce lo ripete indirettamente per dieci puntate la storia, che i piccoli idealismi degli agenti DEA e i sogni di grandezza dei narcotrafficanti sono polvere in un gioco dominato dal caso o da altri interessi. Qui tutto partirebbe dall’uccisione dell’agente Kiki Camarena, ma il senso di giustizia passa presto in secondo piano.

Scoot McNairy interpreta l’agente Walt Breslin, che a sorpresa si scopriva essere il narratore della prima stagione di Narcos: Messico. Qui Walt è molto più in scena, logicamente, ma le operazioni in cui è coinvolto insieme ai suoi colleghi solo raramente appaiono come il riflesso di ciò che è giusto fare per vendicare Camarena. Piuttosto, anche loro sono piccole pedine, piccoli soldati in una guerra che muove interessi geopolitici prima che economici, e in cui non c’è spazio per l’idealismo. Una lezione che dall’altra parte Felix sembra aver appreso. Il personaggio interpretato da Diego Luna non è più il piccolo pesce che cerca la scalata, ma è il narcotrafficante che è arrivato, ma che non può smettere di crescere per sopravvivere.

Narcos: Messico racconta questa situazione in dieci episodi che sarebbe ingiusto non definire solidi e ben interpretati. Più che in altre stagioni della serie è forte il senso di disillusione e sconfitta, la consapevolezza che ogni morte è solo un numero che si va ad aggiungere ai chili di cocaina sequestrati e ai milioni di dollari da riciclare. Eppure, questa stessa disillusione, in un racconto che pure vorrebbe essere grande, sottrae respiro e coinvolgimento alla visione, e appiattisce ogni azione e reazione su svolte attese. Condanna l’intreccio ad una spirale di scambi già sentiti, sempre meno personali e legati a percorsi individuali, una giostra di sangue in cui il singolo evento fatica ad avere peso drammatico.

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