STAR TREK: PICARD 1X03, LA RECENSIONE

Qualcuno avverta Joss Whedon che hanno rifatto Firefly senza dirglielo, e con Patrick Stewart al posto di Nathan Fillion.

Ovviamente non è proprio così, ma è impossibile, alla fine di The End is The Beginning, non pensare alla serie tragicamente cancellata da Fox nel 2003, o a qualsiasi altra storia di fantascienza in cui un piccolo equipaggio che si muove ai confini della legge si ritrova coinvolto in una battaglia per il futuro dell’umanità. Perché finalmente, dopo più di due ore passate a presentare personaggi, situazioni e la posta in gioco, Jean-Luc Picard sale su un’astronave e pronuncia quella frase, ma questa volta ad accompagnarlo tra le stelle non è un gruppo di militari e scienziati addestratissimi ad affrontare i rischi di un viaggio di esplorazione attraverso le galassie, e la sua missione non è sostenuta da alcuna forma di governo interplanetario ma anzi verrebbe vista da quest’ultimo come un tentativo di sabotaggio.

Non è esattamente quello a cui ci ha abituato il capitano Jean-Luc Picard, ed è al momento l’elemento più interessante della serie – più ancora della Federazione inaspettatamente corrotta e persino infiltrata dal nemico, e della presenza di un gigantesco cubo Borg separato dal collettivo e trasformato in laboratorio di ricerca: la prima è una sorpresa, forse non troppo gradita, per gli aficionados di Star Trek, mentre per il resto del pubblico è politica spicciola e non particolarmente originale, e anche il secondo ha bisogno di un po’ di investimento emotivo precedente per essere apprezzato fino in fondo. Picard capitano fuorilegge, invece, è una botta in faccia per chiunque: Akiva Goldsman e Michael Chabon si sono presi il loro tempo per presentare il personaggio di Patrick Stewart a chi non ne sapeva nulla, abbastanza da far passare l’idea che si tratti di un uomo d’onore e con grande rispetto per ruoli e istituzioni, e vederlo assoldare il più classico degli Han Solo per la più classica delle missioni segrete clandestine è stuzzicante – come se la caverà ora che i suoi compagni d’avventure sono un affascinante e misterioso mercenario, una ex collega con problemi di dipendenze varie che lo odia per motivi altrettanto vari e una dottoressa esperta di robot che fuggita dal suo laboratorio perché spaventata dalle minacce del governo?

Ecco, questa è la tavola apparecchiata dai primi tre episodi di Picard, che continua a confermarsi un’ottima versione di Star Trek piena di elementi nuovi per essere una versione di Star Trek – in altre parole, quello che ogni nuova serie di Star Trek dovrebbe essere, non una fotocopia ma un passo avanti, quantomeno uno sguardo nuovo a suggestioni vecchie. Per ora il grosso di questa responsabilità se lo stanno assumendo l’intelligenza artificiale, la differenza tra vita biologica e vita sintetica, la riflessione su cosa siano la coscienza e l’io, tutti spunti che viaggiano su quel confine sottile che separa scienza e spiritualità e sul quale a Star Trek (The Next Generation in particolare) è sempre piaciuto ballare. Meno convincente è il discorso politico, fatto di spie, tradimenti, agenti sotto copertura e romulani che si travestono da terrestri nascondendo le orecchie a punta: c’è sicuramente qualcosa di più grosso dietro, ma per ora il livello di approfondimento è quello di una brutta copia di 24 nello spazio. Non importa, pazienteremo: The End is the Beginning è facilmente interpretabile come la fine di una micro-trilogia introduttiva, una miniserie che da il la alla serie vera e propria e che dovrebbe finalmente cominciare il prossimo venerdì, con lo spazio, gli alieni, gli altri pianeti, la propulsione a curvatura e tutta l’umanità che filtrerà dal ponte della nostra nuova nave (che, a meno che non ci siamo persi qualcosa, non ha ancora un nome); e certo, anche qualche risposta sulla misteriosissima coppia di fratelli romulani che vivono nel Cubo dove lavora anche l’androide e figlia segreta di Data, e un’idea di dove la serie voglia davvero andare a parare. Per ora siamo felici che Jean-Luc Picard abbia potuto finalmente pronunciare il più classico, eppure questa volta molto diverso dal solito, degli “Engage!”.

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