The English Game: la recensione

Strano pensarlo, ma c’è stato un tempo in cui il calcio, il passatempo popolare per definizione nel mondo, era uno svago elitario. Così ci viene presentato nella miniserie The English Game, composta da sei episodi e distribuita da Netflix. La serie è stata creata da Julian Fellowes, già autore noto per essere la mente creativa dietro Downton Abbey, e ruota proprio intorno alla genesi del calcio come attività professionale. La miniserie tuttavia non riesce a elaborare l’idea di epopea sportiva che pure vorrebbe raccontare, e ricade negli stilemi di un melodramma superficiale.

La storia ha inizio nel 1879, quando il titolare di un cotonificio ingaggia due bravi giocatori per migliorare le prestazioni della propria squadra, il Darwen. Sembra uno spunto normale, ma già contiene molte deviazioni rispetto alla regola di quegli anni. Il Darwen è rappresentato da una squadra scalcinata di proletari, destinata a perdere secondo le convenzioni e il divario con i gentiluomini che praticano la professione. Considerato anche che questi sono gli stessi che gestiscono l’amministrazione del campionato, il risultato è scontato. Qui la seconda particolarità è rappresentata dal fatto che i due giocatori in questione, Suter e Love, sono pagati per giocare.

Sembra niente, e invece è tutto, considerato che viene ripetuto moltissime volte come questa sia un’anomalia (per non dire proprio un’irregolarità). Proprio da questa situazione però si sviluppa un dibattito su due livelli tra le classi più agiate e quella degli operai. La storia è raccontata dal punto di vista soprattutto di Suter e di Arthur Kinnaird, calciatore famosissimo (praticamente una star dell’epoca) e esponente di una famiglia di banchieri. Ma il calcio è spesso lo sfondo di storie che parlano di padri alcolizzati e violenti, ragazze madri, aborti, tumulti e scioperi.

Downton Abbey è un miracolo di scrittura tenuto in equilibrio da una formula impossibile da ricostruire in laboratorio. Funziona nonostante i risvolti da soap, il buonismo, il fanservice, il melodramma che si fonde con un certo paternalismo nella scrittura. Funziona perché ha un’umanità di fondo, un gusto particolare nel raccontare la sua storia, una grazia tutta sua che gli permette di scivolare attraverso tutte le sue forzature e anzi trasformarle in punti di forza. The English Game, dato il comune creatore, può essere definito anche solo come negativo di questa serie. Qui la pesantezza dell’intreccio e i difetti dei personaggi sono armi a doppio taglio per la miniserie.

L’intreccio è pervaso da una pesantezza drammatica, ma superficiale e scontata come lo saranno quasi tutte le storyline della serie. A tutto questo, come necessario alleggerimento, fa da contraltare un buonismo atteso e puntuale, che però si manifesta in momenti melodrammatici esagerati e alla fine svuota di verosimiglianza il percorso dei personaggi. È davvero difficile raccontare una storia in cui la sincerità e la passione sportiva si conciliano con un’etica di altri tempi, che oggi a noi sembra lontana. Momenti di gloria, ad esempio, ci riusciva benissimo, ma solo perché si focalizzava davvero solo su quello, sul singolo gesto atletico e su cosa esso rappresentava.

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