The Mandalorian 1×02 “The Child”: la recensione

Il secondo episodio di The Mandalorian è la giusta parentesi d’accompagnamento al primo, un lungo respiro prima del balzo nello spazio. Messe le mani sull’obiettivo, per il mandaloriano si pone una sfida pressante, ma più piccola, costruita ad hoc per rallentare la trama e mettere più a fuoco il personaggio. Nulla è perduto dell’immediatezza della première in questo episodio della durata di appena mezz’ora costruito tramite brevi dialoghi essenziali e lunghi momenti di silenzio. Ancora una volta, ma più in piccolo, la struttura della trama è costruita tramite un impeccabile sistema di causa ed effetto.

L’episodio porta il titolo della creaturina misteriosa trovata dal cacciatore di taglie. The Child, semplicemente, ma per comodità potremmo chiamarlo a volte Baby Yoda, come il web l’ha subito ribattezzato. Il mandaloriano è pronto a lasciare il pianeta, ma la sua Razor Crest è stata saccheggiata dai predoni Jawa. Il cacciatore prova a recuperare il materiale con un assalto al loro veicolo, ma senza successo. A quel punto, Kuill interviente per aiutarlo nelle trattative. Per restituire quanto rubato, i Jawa chiedono l’uovo di un Mudhorn. Il mandaloriano ingaggia una lotta con la creatura, rischia di soccombere, ma è aiutato a sorpresa da Baby Yoda, che è in grado di usare la Forza. Lo scambio va a buon fine, e il mandaloriano lascia il pianeta.

A questo punto della storia, The Mandalorian è un racconto costruito tramite enormi parentesi che ne racchiudono altre più piccole. Agli estremi di quelle parentesi ci sono sempre un obiettivo auspicabile e un’azione necessaria. Per capire meglio cosa vuol dire questo, consideriamo quindi l’intera struttura dell’intreccio. Il mandaloriano vuole potenziare la propria armatura con il Beskar, e quindi ha bisogno di compiere la missione per ottenere dei soldi. Per completare la missione, deve lasciare il pianeta, e quindi ha bisogno dei pezzi sottratti alla sua astronave. Per ottenere quei pezzi deve ottenere l’uovo. Per ottenere l’uovo deve portare a termine una missione. Tutta questa catena di eventi procede attraverso singoli impulsi immediati, piccoli, progressivi.

Una costruzione così schematica dell’intreccio favorisce un coinvolgimento assoluto, perché come nel primo episodio è perfettamente consequenziale. Possiamo immaginare la storia come una curva, che nella prima puntata apre una serie di parentesi una dentro l’altra, raggiunge un picco in questo episodio, e prosegue per chiudere – presumibilmente – i discorsi aperti. Ma, e qui sta l’intuizione fondamentale, il picco già contiene il seme per la rottura di quell’equilibrio. Come è facile intuire, questo corrisponde alla manifestazione dei poteri della creatura. C’è qualcosa di inaspettato in una catena di eventi che sembrava già scritta. Come reagirà il protagonista?

L’episodio, tra le altre cose, serve a confermarci che il mandaloriano non è un eroe. Affatto. Passi il droide IG-11, ma qui disintegra da lontano, e senza alcun dilemma morale, dei Jawa tutto sommato indifesi e inermi. E certo non si fa alcuno scrupolo ad uccidere il Mudhorn. Ma ha un codice: le sue armi, il casco, l’armatura, si confermano come una sorta di religione da indossare. Paga i propri debiti, ma senza lasciare che gli altri si approfittino. Si getterebbe in una situazione di pericolo senza un immediato tornaconto? Non lo sappiamo ancora, ma questo episodio serve a piantare il seme del dubbio di fronte all’ignoto. Certo, aiuta il fatto che Baby Yoda sia l’essere più carino della galassia.

E, viene da sé, anche in questa puntata ritorna il riferimento all’essenzialità e al senso di necessità della struttura da videogioco. È in fondo solo una mini-quest che serve a sbloccare le abilità di un personaggio secondario, costruita con il classico recupero di un oggetto speciale da consegnare a qualcuno. Le strutture delle storie, oggi più che mai, si confondono tra di loro, ma è comunque interessante notare certe affinità. The Mandalorian, a parte tutto questo, rimane molto piacevole. C’è un bell’assalto ad un veicolo in movimento che è costruito come se fosse una sequenza d’azione di un Indiana Jones. E c’è un sottile piacere nell’umorismo tagliente della scrittura (“Sono sorpreso che tu mi abbia aspettato”/”Sono sorpreso che tu ci abbia messo così tanto”).

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