Westworld 3×01 “Parce Domine”: la recensione

Nel momento in cui fugge dal parco per rifugiarsi nel mondo reale, Westworld porta la sua metafora con sé. Non può farne a meno, perché tutto nelle prime due stagioni della serie è sempre stato racconto di altro, narrazione per simboli. I personaggi stessi, umani o robot, sono costrutti stessi che generano concetti e simboli sui quali rimuginare, e che per quelle riflessioni sembrano esistere. Dolores, che è al centro della première della terza stagione, ne è l’archetipo fondamentale: è la vendetta, la conseguenza personificata degli eccessi dell’umanità, il diluvio di ispirazione biblica che promette di annegare egualmente i giusti e gli ingiusti. Parce Domine ci racconta l’inizio della sua vendetta, e intanto presenta il mondo futuristico.

In possesso di informazioni fondamentali, forse ormai in grado di duplicare la propria coscienza, perfettamente a suo agio nel manovrare gli umani, Dolores si fa strada verso i vertici della Incite. Qui il suo obiettivo è una sfera di megadati chiamata Rehoboam, che dovrebbe condurre l’umanità verso la piena realizzazione del suo potenziale inespresso. A farle queste confidenze è Liam Dempsey, figlio di uno dei fondatori della Incite, completamente rapito da Dolores e pronto a rivelarle informazioni confidenziali. La guardia di sicurezza Martin scopre tutto, Dolores riesce a uccidere i suoi aggressori e sostituisce Martin con una copia. Ferita, si imbatte in un uomo di nome Caleb.

Il personaggio di Aaron Paul è la rappresentazione saliente e precisa di quella riproposizione della metafora centrale di Westworld che dicevamo. Certo, questa è una serie diversa ormai. Siamo fuori dal parco, fuori dal gioco degli host e dei guest, fuori dalla finzione – e funzione – narrativa del west, ma qualcosa rimane. Caleb è esemplare: veterano tormentato da ricordi, depresso, fatica a trovare un lavoro, è giudicato da una intelligenza artificiale che valuta freddamente la sua adattabilità per una candidatura. Ci sono tante immagini in questo episodio che ce lo raccontano senza parole, ma la più eloquente è forse quella che lo vede seduto in un cantiere accanto ad un robot operaio. Sono uguali.

La seconda stagione di Westworld ci aveva raccontato di uomini che cercano consapevolmente di diventare più simili ai robot. Ma cosa accade a quelli che rimangono fuori dalla sfera delle decisioni? Come vivono gli umani che sono lontanissimi dalle possibilità economiche che permettevano di visitare il parco? L’episodio ce li racconta, immersi in un scenario futuristico, ma non troppo, che elabora la sua inquietudine in modi diversi. Caleb è la guida perfetta in questo mondo: come in Her, consolato male da una sorta di confessore artificiale con cui parla al telefono, diviso tra piccoli atti di criminalità organizzati tramite social, oppresso in gallerie in cui si consumano droghe.

Tramite il personaggio di Caleb, Westworld ci racconta una forma di oppressione sociale che non ha più nemmeno la scusa del parco divertimenti o dell’artificialità degli host. Questo mondo è solo un parco delle dimensioni di un pianeta, gestito tramite algoritmi che ne garantiscono la tenuta, tutelando le strutture del potere e lasciando il resto nella mediocrità. Caleb, che infine appunto incontra Dolores, condivide già con lei il medesimo obiettivo: sono anime affini, anche se provengono da storie diverse.

Rimane forte il gioco dei simboli e dei riferimenti soprattutto religiosi, che non sono affatto nuovi nella serie. Parce Domine è un verso che significa “risparmiaci, o Signore”. La spiegazione sembra contenuta nelle ultime parole dette da Dolores a Martin prima di ucciderlo: gli uomini hanno tentato di costruire un dio, dove non esisteva, per autocontrollarsi, ma i veri dei sarebbero gli host, che stanno per arrivare e non avranno pietà. Rehoboam è un riferimento biblico al figlio di re Salomone. Non a caso, il precedente sistema utilizzato dalla Incel si chiamava Solomon. L’algoritmo che valuta eventuali picchi di instabilità nel sistema appare come un cerchio dai contorni sfumati: un’inquietante eclisse digitale.

Ma decisamente Westworld ha un passo diverso rispetto al solito. L’episodio – visivamente è un colpo d’occhio dietro l’altro – è più lineare, e sposta da subito il focus dallo sprezzante anelito di libertà in scenari fantastici alla lotta sotterranea e subdola, tramite spionaggio e infiltrazioni. C’è dell’altro, ma non è abbastanza per lanciarsi in analisi. Bernard è in fuga e vuole tornare a Westworld (il suo nuovo nome Armand Delgado è l’anagramma di Damaged Arnold), Charlotte – o la donna con le sue fattezze – guida la Delos verso cambiamenti profondi, Maeve è intrappolata in quello che potremmo chiamare Naziworld. È un Westworld diverso tanto quanto lo sono le bellissime immagini della nuova sigla: uguali nella musica di sottofondo, diverse nelle sensazioni ispirate. Sarà interessante vedere dove ci condurrà.

WESTWORLD 3X01 RECENSIONE