Westworld 3×02 “The Winter Line”: la recensione

All’inizio del secondo episodio stagionale di Westworld, Maeve dichiara: “Nulla è importante, nulla è reale”. Che è una considerazione giusta rispetto alla situazione in cui si trova, il Warworld dove si scontrano partigiani e nazisti, ma pone anche una domanda legittima. Se nulla è reale, perché dovrebbe importarci? La serie della HBO si è confrontata spesso con questa domanda nella prima stagione, e ne ha indubbiamente subito gli effetti nella seconda stagione. Le morti ripetute e gli innumerevoli restart tolgono valore alla storia, al sacrificio, al percorso dei personaggi. Per qualche minuto The Winter Line ci riporta a quelle situazioni, ma la situazione si sblocca presto.

Come un videogiocatore espertissimo, Maeve si trova intrappolata in un gioco di cui conosce le regole e i trucchi. E quel che non è chiaro, lo sarà presto. Quel che nella prima stagione aveva richiesto molto tempo, grazie alle sue skill potenziate diventa ora molto più semplice. E sì, questi riferimenti ai videogame non sono casuali. Maeve si accompagna ad un rigenerato Lee Sizemore, che infine si scoprirà essere solo una simulazione all’interno di una simulazione. Il cambio di formato nell’immagine ci avverte già che qualcosa non va. Maeve capisce allora che per far saltare il banco deve andare oltre il cerchio delle regole prestabilite per sovraccaricare il sistema.

Il gioco riesce, e Maeve fugge dalla proiezione. Solo per ritrovarsi di fronte a Serac (Vincent Cassell), l’eminenza grigia che era stata nominata nella première, e che è una figura di spicco alla Incite, e uno degli uomini che hanno contribuito a creare l’IA Rehoboam. Scopriamo qualcosa di più sulla megasfera, lo strumento in grado di indirizzare il percorso dell’umanità, un Autore (che ha molto di un dio artificiale) creato per la grande sceneggiatura della specie umana. Sì, ancora qui i collegamenti con il parco e con la narrazione degli host si sprecano, così come i risvolti sul controllo sociale che avevamo già visto anticipati nella première. La divergenza dal sistema è però Dolores, ed è qui che la storyline di Maeve si lega idealmente con quella di Bernard.

Quest’ultimo rappresenta la storyline secondaria dell’episodio, in una puntata che lascia riposare tutto il resto. Bernard torna a Westworld, incontra Ashley, che è confermato come robot, e indaga per scoprire tracce degli ultimi gesti di Dolores. Il tutto attraverso qualche scontro casuale, e sempre improbabile negli esiti come è tradizione della serie. Bernard, come Dolores e Maeve, è l’ennesimo robot ad assumere un’autocoscienza tale da iniziare a manipolare altri della sua specie – che per lui non una novità dato il suo vecchio incarico, ma ora lo fa consapevolmente. Anche loro quindi, esaurito il loro compito, si lanciano nel tentativo di fermare Dolores.

Westworld si conferma non solo più lineare degli anni scorsi, ma anche più coeso tematicamente. E questa è la vera sorpresa. Per una stagione che si presenta completamente diversa dalle precedenti, e che per certi versi lo è, è una grande sorpresa poterla raccontare come la versione “globale” dei temi e delle storie che avevamo visto nel parco. Soprattutto, rimane viva l’idea della forza delle storie e della costruzione di queste, della gestione coerente dei caratteri e delle vite. Qualcosa che funziona su tantissimi livelli, dal grande progetto “per il perfezionamento dell’uomo” fino alla struttura degli universi narrativi. In quest’ottica, l’apparizione di Benioff e Weiss (showrunner di Game of Thrones) con tanto di Drogon ha perfettamente senso.

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