La casa di carta 4: la recensione

La casa di carta ha vari punti in comune con il film del 2019 Il buco. Entrambi produzioni spagnole, distribuiti da Netflix, diventati piccoli fenomeni globali grazie alla visibilità sulla piattaforma. Entrambi mettono al centro un attacco alle istituzioni e al modo in cui un certo capitalismo distorto intende la distribuzione iniqua delle ricchezze. Entrambi presentano il tema attraverso metafore – visive, narrative o di altro tipo – così smaccate e evidenti da aderire completamente al messaggio, che non lasciano spazio alla riflessione. Anche nella quarta parte, La casa di carta ripete questi schemi, sempre più stanca e sempre più uguale a se stessa.

Sono otto episodi che riprendono il filone interrotto con la terza parte, e quindi l’ingarbugliata rapina alla Banca di Stato spagnola. Tokyo, Denver e gli altri sono sempre barricati nell’edificio con gli ostaggi, il Professore all’esterno cerca di rimettere insieme i pezzi di un piano traballante, la polizia monitora la situazione e prova ad approfittarne. Ci sono nuove sfide alle quali, come in una partita di tennis – similitudine utilizzata nella stagione – il gruppo deve rispondere colpo su colpo, anche grazie all’incredibile ingegno del cervello della banda. In tutto il paese, intanto, il popolo – inteso nella sua accezione più generica – è sempre più dalla parte dei ladri.

Nelle prime due stagioni della serie la maschera di Dalì ricordava, con un’intuizione niente male, quella di Guy Fawkes in V per Vendetta. Una forza eversiva rappresentata da un simbolo che poteva essere indossato da chiunque perché davvero sotto la maschera poteva esserci chiunque. Quell’idea, che trovava spazio soprattutto nel finale in un dialogo sulle banche, e che già stonava abbastanza con l’improbabilità dell’intreccio, è diventata ormai la colonna portante dei temi della serie. Come la terza, anche la quarta parte lo conferma nel suo appoggiarsi a contrapposizioni superficiali, in cui nulla è da capire perché tutto è palese.

L’istituzione e il palazzo rappresentano i metodi crudeli (le torture di Rio), la meschinità e l’ottusità. I ladri rappresentano la riscoperta di valori tradizionali come la famiglia, seppure una famiglia allargata (e dalle convinzioni progressiste, come vedremo). Ma, appunto, nella Casa di carta la metafora e i temi coincidono con il contenuto, e la serie spagnola tradisce una certa ingenuità di fondo che emerge appena si allontana dai suoi binari. Ogni scena è spiegata da più punti di vista, tutti abbastanza superficiali: l’azione sottolineata dalle musiche sparatissime, le reazioni scomposte e infantili delle istituzioni, gli spiegoni del Professore, la voce narrante di Tokyo.

In questa corsa all’enfasi, la rapina allora diventa la cronaca di una guerriglia per la rivoluzione (il concetto di guerra ritorna spesso), con tanto di popolo che inneggia ai martiri. Il tutto incorniciato dal furore della piazza, che è ritratta come giusta e buona per definizione.

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