The Mandalorian 1×04 “Chapter 4: Sanctuary”: la recensione

L’immaginario western è indissolubile da un certo cinema giapponese. Star Wars lo ha sempre saputo, e quindi lo sa anche The Mandalorian. Se i riferimenti nei precedenti tre episodi non erano abbastanza manifesti, ci pensa Sanctuary a palesare tutte le affinità tra i due generi. Lo fa in una puntata che è la più semplice variazione possibile su uno dei concept più sfruttati di sempre, e che rappresenta un punto di non ritorno per lo spettatore. Chi apprezza l’ambientazione e i piccoli tocchi di personalità rimarrà a bordo, chi desidera maggiore complessità capirà di dover cercare altrove.

Sul pianeta Sorgan una pacifica comunità di pescatori è minacciata da un gruppo di predoni. Il mandaloriano arriva sul pianeta per cercare un luogo dove nascondersi con la creatura. Qui si scontra, e subito dopo si riappacifica, con Cara Dune, ex membro della ribellione. Trovando il pianeta “troppo affollato” si prepara a ripartire, ma viene contattato da alcuni abitanti del villaggio di pescatori, che gli chiedono aiuto. Il mandaloriano arriva sul posto, si rende conto della situazione, e insieme a Cara Dune addestra gli abitanti e guida la difesa contro i predoni. Infine, scopre di essere stato seguito sul posto, e riparte.

Se il pistolero senza nome di Leone è già di suo ispirato al Yojimbo di Kurosawa, qui davvero l’esposizione non potrebbe essere più semplice. I sette samurai, o I magnifici sette, qualunque sia il riferimento preferito, ma The Mandalorian mette in scena la più aderente delle variazioni sul villaggio attaccato e sullo straniero che arriva per salvare tutti. È così basilare che sembra scontato aspettarsi una variazione, un ribaltamento sul canone che però non giunge mai. Da un lato va detto: questo è Star Wars. Perché l’universo di Lucas non ribalta il canone, non l’ha mai fatto. Semplicemente se ne appropria e lo espone a modo suo. Però è anche vero che un limite deve probabilmente esserci, e quel limite coincide con la personalità con cui la storia è raccontata.

E qui di personalità non ce n’è molta. Il villaggio di pescatori è l’ennesimo luogo della storia che coincide con la sua funzione narrativa, senza troppa personalità, e il legame tra il protagonista e una donna della comunità è troppo superficiale e scontato per colpire. Sorvoliamo sulle fasi di addestramento e preparazione, l’episodio si riscatta in parte con l’apparizione dell’AT-ST. Qui davvero fa tutte le cose giuste: il mezzo a due gambe che nell’immaginario dei film coincide con il veicolo che veniva schiantato in modi diversi dagli Ewok, qui è mostrato sotto una luce completamente diversa. La regia di Bryce Dallas Howard, chissà forse influenzata da Jurassic World, dona tratti animaleschi al veicolo (è praticamente un dinosauro), che spunta dalla boscaglia con occhi di fuoco.

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