Into the Night: la recensione

Per chi se lo ricorda, Into the Night ha qualcosa di I Langolieri, una sconclusionata miniserie televisiva anni ’90, una delle tante tratte da Stephen King. C’è sempre un’ambientazione chiusa su un aereo sul quale sono intrappolati i protagonisti mentre tutto intorno a loro accade qualcosa di minaccioso e inspiegabile. Su questa premessa la serie Netflix costruisce un racconto molto veloce, sufficiente a tenere vigile l’attenzione degli spettatori, ma generalmente carente in ogni altro aspetto.

Qui la premessa più che sovrannaturale sembrerebbe fantascientifica. C’è un evento solare devastante che sta uccidendo tutti gli umani sul pianeta, e c’è un aereo che decolla in fretta da Bruxelles per sfuggire all’alba mortale. I passeggeri a bordo possono solo sperare di continuare a rimanere in volo con ogni mezzo per non farsi raggiungere dalla luce del sole che per loro significherebbe la fine. Nel gruppo si creano delle ostilità ed emergono comportamenti pericolosi, mentre i vari leader del gruppo, secondo il momento della storia, cercano di trovare una soluzione definitiva.

Into the Night è la prima produzione belga di Netflix, è composta da sei episodi da circa 40 minuti, ed è ispirata a un racconto di fantascienza con il quale, in realtà, non ha quasi nulla a che vedere. Si tratta di una produzione europea che intende per intuizione una complessità televisiva che vorrebbe proporre, ma che non riesce a padroneggiare. Gli episodi, fin dai titoli, sarebbero dedicati ad un personaggio, ma solo un brevissimo flashback iniziale ne giustifica la scelta. In effetti, nessuno di essi, nonostante i trascorsi a volte drammatici, è realmente approfondito o emerge come un personaggio con il quale empatizzare.

Complice in questo è anche la costruzione del melodramma all’interno dell’intreccio, che passa attraverso scontri forzati, battute enfatiche, svolte improvvise nella caratterizzazione. E, in una curiosa somiglianza con La casa di carta, anche Into the Night lascia ampio spazio nei dialoghi alla retorica astratta del potere, ai concetti di democrazia, leadership, salvatori e traditori da mettere in isolamento, ruoli preimpostati o da occupare (e non basta occuparli, bisogna sottolinearlo). Per fare un confronto, il primo episodio di Battlestar Galactica, 33 minuti, si basava su una premessa molto diversa, ma raccontava sempre lo sforzo schiacciante di chi deve costantemente fuggire senza fermarsi mentre cerca un riparo e una soluzione ad una crisi totale. Ma lo faceva con una straordinaria concretezza, che raccontava ad ogni scena lo sforzo palpabile dei protagonisti.

Into the Night si conclude con un finale che potrebbe essere aperto – e quindi bastare a se stesso – oppure aprire ad un seguito. Ma, in ogni caso, a quel punto la serie diventerebbe qualcosa di diverso.

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