Non ho mai… (Never Have I Ever) ha debuttato senza troppa pubblicità su Netflix rivelandosi però uno dei titoli più interessanti e convincenti proposti dalla piattaforma di streaming negli ultimi mesi. Il progetto creato da Mindy Kaling e Lang Fisher è riuscito infatti ad affrontare la vita dei teenager e l’elaborazione di un lutto con un approccio fresco e un’attenzione per la diversità all’insegna dell’ironia e della sensibilità, sfruttando inoltre in modo impeccabile l’interpretazione dell’esordiente Maitreyi Ramakrishnan che sembra pronta a ritagliarsi un posto importante nel mondo del cinema e della televisione.

Al centro della trama c’è Devi Vishwakumar (Ramakhrishnan), una quindicenne di origini indiane cresciuta negli Stati Uniti, che vive a Sherman Oaks, in California. La teenager è reduce da un anno piuttosto traumatico all’insegna della morte del padre (Sendhil Ramamurthy) e un problema fisico che l’ha costretta su una sedia a rotelle. Devi è quindi determinata a dare alla propria vita una svolta importante, iniziando dal tentativo di perdere la verginità.
Le sue migliori amiche Eleanor Wong (Ramona Young), un’aspirante attrice che soffre per la mancanza della madre, e Fabiola Torres (Lee Rodriguez), che ama la tecnologia e cerca di trovare la propria identità, la sostengono e al tempo stesso si trovano più volte in difficoltà nel tentativo di starle vicino.
Devi, per provare a raggiungere i propri obiettivi personali e scolastici, si avvicina così a Paxton Hall-Yoshida (Darren Barnet), mentre a lezione (e non solo) affronta la sua nemesi Ben Gross (Jaren Lewison) e a casa assiste ai problemi della cugina Kamala (Richa Moorjania), che sta completando i suoi studi e ha nel suo destino un matrimonio combinato.
Nella vita della giovane hanno poi un posto importante la madre Nalini (Poorna Jagannathan) e la dottoressa Jamie Ryan (un’irresistibile Niecy Nash che ruba la scena ad ogni apparizione).
A narrare i dieci episodi, ognuno che completa la frase Non ho mai… in modo diverso, è infine il campione John McEnroe.

Fin dai primi minuti la serie Non ho mai… non esita a ribadire la propria intenzione di proporre un approccio al mondo dei teenager diverso dalle atmosfere patinate proposte da cult come Gossip Girl e il recente Elite: la giovane viene introdotta mentre prega rivolgendosi alle divinità indiane per ottenere un fidanzato ed essere finalmente popolare, spostando poi l’attenzione sui motivi per cui fino a quel momento la sua vita da teenager non è andata nel migliore dei modi. Il personaggio di Devi abbandona ben presto tutti i possibili schemi e cliché con la rappresentazione di una ragazza complicata, determinata e al tempo stesso vulnerabile, ancora incapace di affrontare realmente la perdita del padre (elemento che avrà un’importanza crescente nel corso della prima stagione), destinata a sbagliare più e più volte, pur essendo animata da buone intenzioni. A rendere il personaggio di Devi in grado di suscitare empatia, anche nei momenti in cui la teenager non riesce a comprendere le reali conseguenze dei propri errori, è l’interpretazione onesta e ricca di sfumature di Ramakrishnan che passa dai timori di essere sempre associata ai drammi vissuti alla determinazione con cui cerca di ottenere ciò che vuole o reagisce a dei torti subiti, senza dimenticare la capacità dell’attrice esordiente di far emergere la sofferenza del suo personaggio nei momenti in cui il passato bussa nuovamente alla sua porta, in versione “visione” o a causa dei ricordi che la tormentano da tempo.

I responsabili del casting hanno inoltre compiuto un lavoro eccellente nell’individuare i giovani da affiancare a Maitreyi Ramakrishnan che, nonostante lo spazio limitato sugli schermi, riescono a ritagliarsi il proprio posto nella storia con personaggi che risultano ben definiti e in grado di avere una propria storia da sviluppare nel corso degli episodi pur rimanendo in secondo piano. Eleanor permette di esplorare un altro lato del rapporto tra genitori e figli e l’importanza del seguire le proprie passioni, mentre Fabiola diventa una figura più vicina agli adolescenti che cercano il proprio posto nel mondo e la propria identità, sfruttando il proprio talento anche nei modi più strani, come creare un “amico” grazie alle proprie conoscenze tecnologiche. Se Paxton fatica a uscire dagli schermi di personaggi già visti, è invece Ben a emergere come un protagonista particolarmente interessante sfruttando in modo intelligente l’episodio in cui si propone un cambiamento di prospettiva seguendolo da vicino con la voce narrante di Andy Samberg, riuscendo così a rendere la cronaca degli eventi meno univoca e gettando le basi per la parte finale della stagione in cui il ragazzo ha un ruolo chiave. Le ultime puntate permettono inoltre di approfondire la tensione esistente tra Devi e sua madre (interpretata con bravura da Poorna Jagannathan), elemento che gli autori hanno saputo portare in scena con il giusto mix di emozioni, incomprensioni e difficoltà comunicative aggravate dal lutto che ha segnato duramente la loro vita.

Never Have I Ever ha poi tra i suoi punti di forza la rappresentazione delle tradizioni indiane e di come la seconda generazione si ritrovi un po’ sospesa tra due mondi diversi che, seppur per certi versi quasi in opposizione, possono convivere a arricchirsi a vicenda. Con un approccio ironico, come il momento in cui Devi si ritrova alle prese con la richiesta sgradita di posare per una foto o i problemi di Kamala nel capire come affrontare la propria situazione sentimentale, e molto rispetto, lo show mette in evidenza l’attenzione per la diversità in modo sempre realistico e mai edulcorato. Ancora una volta è proprio il personaggio di Devi a sostenere questo elemento narrativo mostrando la ribellione nei confronti di certi aspetti legati alle proprie origini e al tempo stesso l’apprezzamento e, in un certo senso, l’orgoglio per la ricchezza culturale e spirituale della propria comunità.
La serie avrebbe potuto scivolare nel già visto e nel prevedibile, invece risulta una rappresentazione divertente fin dalla scelta di affidarne la narrazione a John McEnroe, emozionante e ben confezionata che sa mettere in secondo piano alcuni tasselli poco convincenti, in particolare l’infermità temporanea della protagonista e i cambiamenti repentini di alcuni personaggi come la madre di Eleanor, per concentrarsi su tematiche e messaggi importanti e attuali senza mai risultare stucchevole o ripetitiva, distinguendosi così tra i tanti progetti ambientati nel mondo dei teenager realizzati per il piccolo schermo.