Normal People: la recensione

Contraddizioni di corpi e parole, i due protagonisti di Normal People si inseguono, si cercano, si desiderano per anni. In questo senso Normal People, miniserie BBCHulu dal romanzo cult di Sally Rooney, è la fredda cronaca di una necessità dello spirito prima che della carne. In dodici brevi episodi racconta un affilato gioco di sguardi celati e parole non dette tra due giovani provenienti da una cittadina irlandese, che condivideranno una parte importante di quella fase di passaggio verso l’età adulta. Un dizionario amoroso che intreccia sensibilità, carnalità ed eleganza, forse non universale, ma capace di colpire il cuore dello spettatore.

Marianne Sheridan (Daisy Edgar-Jones) è una ragazza intelligente, solitaria, sprezzante e schietta nelle sue affermazioni; Connell Waldron (Paul Mescal) è un ragazzo atletico, intelligente, avido lettore, dotato di una sensibilità estranea ai suoi amici. Secondo un gioco di affinità elettive che è invisibile a tutti gli altri tranne che a loro due, finiscono per attrarsi reciprocamente. La loro relazione prosegue per un certo periodo, per certi versi liberatoria per entrambi, ma anche condizionata da segreti e ipocrisie. L’ambiente scolastico, frenato dalla rigidità e dai pregiudizi della provincia, già ora non è il loro ambiente naturale né come coppia né come individui. La vita li rimetterà spesso l’uno di fronte all’altra, e ci saranno altre occasioni per tornare a cercarsi e ad allontanarsi.

La trasposizione in forma visiva delle parole di Sally Rooney trova da subito una dimensione familiare e simbolica attraverso cui narrare la storia. A partire dai corpi di queste “persone normali”. Il fisico minuto di Marianne non dovrebbe trarre in inganno sulla forza – o meglio l’asprezza – del personaggio, capace di incanalare ogni sua aspirazione attraverso doti fuori dal comune. Al contrario, il corpo atletico di Connell non sembrerebbe la casa ideale per le sue velleità da scrittore, come dimostra anche la sua reticenza ad esprimere opinioni in pubblico. Corpi fragili, non inadeguati, ma che diventano tali perché chi li abita li ritiene tali.

Una trappola di cui la messa in scena riveste anche gli appartamenti: piccole camere da letto, letti singoli divisi in due, spoglie pareti, stanze di artisti. La regia di Lenny Abrahamson (Room) e Hattie Macdonald (Howards End) intende per sottrazione il fascino di questi luoghi che ricadono in se stessi e lasciano spazio solo a ciò che è essenziale. Nudi come lo sono spesso i corpi dei due protagonisti. Un distacco interrotto solo dalle scelte delle musiche, che invece sono più esposte e riconoscibili rispetto al resto.

Normal People intende come poche altre storie d’amore il bisogno dell’altro, la necessità sottopelle di un individuo speciale con cui si condivide qualcosa che è introvabile negli altri. Non è detto che tutto questo conduca a esperienze felici: questa è una vicenda di rotture, traumi, strappi violenti. A volte difficili da comprendere, ma sensati all’interno di percorsi individuali di persone che a volte sentono di non meritare la felicità, fallibili e imperfette, e quindi normali come il titolo lascia intendere. A colpire però in Normal People è una sobrietà e un’eleganza di fondo che eleva la serie oltre qualcosa che è del tutto afferrabile, giocata tra un realismo dei dialoghi che non può essere mai completamente tale, e una sincerità capace di mettere a disagio.

Come in La vita di Adele o Dieci inverni, la scansione temporale – aiutata qui dalla divisione in episodi – aiuta il senso di una vicenda amorosa giocata tutta su ricorsi, su rapidi avvicinamenti e altrettanto brusche ripartenze. Nel tentativo forse vano di trovare una dimensione ideale nell’equilibrio di due corpi che orbitano l’uno intorno all’altro senza potersi incontrare o perdere del tutto. Sostenuto da due ottimi interpreti, Normal People diventa allora una storia di formazione in divenire, la condizione di due individui sospesi tra il desiderio dell’incontro e il fascino della sua posticipazione.

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