Snowpiercer (prima stagione): la recensione

Una considerazione molto interessante che viene fuori, mentre si guarda la prima stagione di Snowpiercer, è che lo spazio dell’azione condiziona il ritmo dell’intreccio. In realtà è un elemento molto scontato, quasi banale, che è sempre presente anche se non ce ne accorgiamo. Eppure ci voleva questa serie per farlo emergere fortissimo come qualcosa con cui ogni autore deve confrontarsi quando immagina la direzione da prendere. Ad esempio, il film di Snowpiercer funziona perché sovrappone idealmente la marcia del treno a quella dei ribelli. Tutto avanza inesorabilmente: il treno sulle rotaie, i ribelli verso la locomotiva, il film verso la conclusione.

C’è una linearità di fondo che si sposa con l’ambiente del treno, che si traduce quasi nell’annullamento della dimensione della profondità – che qui rappresenterebbe la sosta, la pausa, la stasi – e racconta tutto solo in termini di lunghezza e, più raramente, altezza. La serie di Snowpiercer, trasmessa da TBS, da noi distribuita da Netflix, si muove nello stesso ambiente, ma è completamente diversa. Basta anche solo il primo episodio a capirlo. In quarantacinque minuti c’è tutto, dalla coda in cui vivono i clandestini fino addirittura all’ambiente della locomotiva. Una volta posta questa premessa, visiva prima che narrativa, tutto il resto segue da sé.

Snowpiercer non potrà più raccontare la propria storia sotto il profilo della scoperta, del mistero, del fascino del treno infinito. No, dovrà raccontare fin da subito ogni ambiente con lo stesso sguardo, equiparare i passeggeri dalla prima all’ultima classe, perfino i macchinisti e la stessa Melanie (Jennifer Connelly), di cui scopriamo da subito il segreto più importante. Questione di aspettative, ma nel far questo Snowpiercer, invece di elaborare la propria specificità, se ne priva del tutto. Svelando da subito ogni cosa, Snowpiercer intende la propria ambientazione non come una possibilità, ma come una gabbia. Una gabbia di cui però non intende rispettare il perimetro, muovendosi secondo le esigenze della sceneggiatura, piuttosto che quelle dell’ambientazione.

Ogni cold open della stagione ci ricorda che il treno è lungo più di mille vagoni, ma l’intreccio non rende mai credibile questo dato di fatto. Ogni personaggio può trovarsi in un punto qualunque del treno secondo che gli eventi lo rendano necessario. I vagoni hanno la dimensione che serve alla scena, non quella garantita dall’ambientazione. Eppure, più gioca al rialzo nella portata della trama – davvero succede di tutto in dieci episodi – meno la serie si addentra nella profondità della propria ambientazione, come se il treno fosse un contenitore di eventi piuttosto che la vera star. E non è detto che debba esserlo per forza, ma nessuna delle varie storyline stagionali ha una forza necessaria a trascinare l’intreccio.

Le storie di Melanie, Layton e degli altri personaggi non sono sbagliate di per sé, ma le caratterizzazioni rimangono piuttosto generiche. Tanto la serie è ansiosa nel giocare tutte le proprie carte, che nel finale dovrà addirittura inserire un elemento estraneo per aggiungere personaggi e nuovi sviluppi. Ennesimo limite invisibile superato da un intreccio che corre più veloce del treno. Al di là di tutte queste considerazioni, il contenuto dell’intreccio, tra indagini, ribellioni e segreti, non è mai del tutto respingente. Snowpiercer nell’accumulare freneticamente eventi non annoia, e come visione leggera settimanale potrebbe funzionare.

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