SPACE FORCE, DISPONIBILE SU NETFLIX DAL 29 MAGGIO: LA RECENSIONE

Il 13 marzo 2019, alla Air Station Miramar di San Diego, California, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò la sua intenzione di istituire la sesta arma dell’esercito a stelle e strisce: la United States Space Force, fino a lì sezione un po’ trascurata dell’aeronautica e che avrebbe a breve ottenuto la sua (semi, in realtà) indipendenza. La USSF, spiegava il presidente con tono presidenziale, «si occuperà di proteggere gli interessi americani nello spazio» – non è vero, le sue parole sono state letteralmente «l’altro giorno dicevo – perché stiamo facendo un sacco di lavoro nello spazio – e ho detto, magari ci serve una nuova arma. La chiamiamo space force. E non ero del tutto serio. Però poi mi sono detto, che grande idea. Magari lo facciamo davvero. Potremmo farlo. Sarebbe una storia esplosiva»

La USSF esiste ufficialmente dal 20 dicembre 2019, e dal 14 gennaio 2020 è guidata da John “Jay” Raymond, un uomo che ha esattamente la faccia di una persona che si chiama John “Jay” Raymond. Finora non ha fatto granché se non cominciare a costruire le infrastrutture reali e ideali, e soprattutto attirare un’enorme quantità di battute e sfottò di ogni tipo: l’idea di un pezzo di esercito che si occupa di spazio, degli Stormtrooper americani in pratica, e soprattutto l’idea che il tutto esista perché un grosso bambino arancione ha deciso che non c’è nulla di più americano che portare i fucili nello spazio, è intrinsecamente ridicola al di là di ogni giudizio politico, soprattutto considerando quanto la disfunzionalità sia un tratto distintivo di ogni racconto che esca dalle quattro mura della Casa Bianca.

Facciamo finta di ignorare che in realtà ha senso dedicare risorse militari alla difesa dello spazio, e che Trump abbia portato a termine un processo cominciato nel 2000 da Donald Rumsfeld: immaginarsi come potrebbe funzionare una Space Force nata sotto l’amministrazione Trump è lo spunto comico definitivo, e se ti chiami Greg Daniels e tra le altre cose hai lavorato a diverso titolo per il SNL, I Simpson, Parks and Recreation e soprattutto The Office finisce che poi trasformi lo spunto in realtà grazie a Netflix. Da oggi sulla piattaforma di streaming c’è infatti Space Force, il risultato del lavoro congiunto di Daniels e dell’amico e collega Steve Carell, una breve e deliziosa serie comica che parla il linguaggio di dieci anni fa ma è anche al contempo talmente legata all’oggi che corre già il rischio di diventare datata, o quantomeno databile, nel giro di pochi mesi. Verrà presentata con la facile scorciatoia “The Office ma nell’esercito” o variazioni sul tema, che tutto sommato sono accettabili: Space Force è sommamente disinteressata a innovare, inventare o provare qualcosa di nuovo, e tutta concentrata sul diventare una delle serie che definiranno in retrospettiva l’era Trump.

space force

La struttura, dei singoli episodi e della serie, è classica ai limiti del didascalico; è tutto molto verticale, molto autoconclusivo, con il caso del giorno (“il lancio del primo razzo”, “l’udienza al Congresso per chiedere più budget”, “quella volta che i cinesi ci hanno rapito un astronauta”) che viene presentato e si risolve nel giro di venti minuti, e due/tre sottotrame che servono a tratteggiare meglio tutti quei personaggi che altrimenti sarebbero solo archetipi o plot device su due gambe. Space Force si regge quasi interamente sulle spalle di Steve Carell, che è il capo della USSF Mark Naird, e di John Malkovich, lo scienziato capo dell’arma Adrian Mallory. Intorno a loro ruota un ricco ecosistema definito quasi interamente dai rapporti di potere (stiamo comunque parlando di esercito) a vari livelli, che siano quelli familiari (Naird ha una figlia adolescente ribelle e una moglie sulla quale non aggiungeremo nulla) o quelli professionali; il ricchissimo cast di contorno, nel quale spiccano soprattutto Tawny Newsome e Ben Schwartz, è prima di tutto un motore per gag e tormentoni, e deve trascorrere almeno metà serie prima che almeno qualcuno evolva in un essere umano a tutto tondo.

Tutto questo detto non come critica ma come constatazione: a Space Force interessa poco costruire un affresco realistico, comico o meno che sia, della vita in un’ipotetica nuova arma dell’esercito. A Space Force interessa la gag, la citazione, il riferimento, l’ammicco; e interessa far ridere, che è sempre un obiettivo lodevole in una serie comica e che non ha vergogna ad ammetterlo. Se avete seguito anche superficialmente le tragicomiche vicende dell’amministrazione Trump non faticherete a riconoscere la parodia di tanti volti noti (dal capo ufficio stampa della USSF F. Tony Scarapiducci dove la F. sta per “Fuck” ai leader Dem al Congresso Nancy Pelosi e Chuck Schumer all’astro nascente della sinistra americana Alexandria Ocasio-Cortez) e gli altrettanto noti vizi e idiosincrasie del presidente e del circo mediatico che gli ruota intorno.

Space Force la recensione

Daniels e Carell non fanno neanche finta di non schierarsi, e anche quando provano a colpire l’altra metà del cielo lo fanno con molta meno convinzione di quella che servirebbe: Space Force è una serie nata per sfottere Donald Trump, il che potrebbe alla lunga rivelarsi un suo grosso limite (a meno di non prendere per oro colato il finale di stagione che sembra promettere un’evoluzione della serie in direzione Dottor Stranamore). La sua grossa fortuna è che è brava a sfottere, e che è una serie comica nella quale il 90% delle gag funzionano e strappano quantomeno un sorriso. In questo senso è vincente la scelta di concentrare tutti i momenti più assurdi nei primi episodi (il secondo in particolare sfocia nel demenziale puro) e di usare la seconda metà della stagione per far respirare il racconto e presentare meglio alcuni dei personaggi secondari. Non si toccano mai i livelli sublimi dei migliori episodi di The Office, ma se Space Force dovesse andare avanti indisturbata ha già dimostrato di avere solide fondamenta sulle quali costruire.

In questo quadro di cose tutte più o meno carine, però, c’è un elemento che spicca e che più di tutti definisce Space Force, ed è il rapporto (quello sì molto umano e in costante evoluzione) tra Carell e Malkovich, tra il generale e lo scienziato, tra la forza bruta e la curiosità scientifica. Non solo perché tra i due c’è grande alchimia e perché Malkovich in particolare dà vita a un personaggio clamoroso, sfaccettato e stilosissimo, ma perché è la perfetta rappresentazione della contraddizione insita nell’idea stessa di Space Force: finora il mondo ha guardato allo spazio con gli occhi ingenui e affascinati dell’esplorazione, della ricerca, della scoperta, ma più soldi e interessi spariamo in orbita intorno al pianeta più ci avviciniamo al momento in cui l’utopia crollerà e il controllo dello spazio esterno diventerà un tema su cui si combatteranno guerre. È intorno a questo dualismo che Space Force costruisce i suoi episodi migliori e dice le sue cose più interessanti, e in questo senso è incoraggiante che continui a farlo fino all’ultimo secondo del finale di stagione: significa che Carell e Daniels hanno capito che è soprattutto su quello che devono riflettere se vogliono elevare Space Force dal grado di “carina” al grado di “realmente interessante oltre che molto divertente”. Per ora va bene così.