The Eddy non è bella, è bellissima.

All’inizio se ne ha subito l’intuizione con quell’attacco del pilota così crudo, dedito alla musica, centrato e totalmente a fuoco, eppure è facile avere l’impressione che la serie si perda lungo i primi 3-4 episodi. Non è così, è solo un’impressione che viene dal fatto che la trama portata avanti non è chissà che delirio di misteri, originalità o fascino ma una semplice storia criminale. Solo più avanti si capisce che il cuore non sta in ciò che la trama racconta ma in ciò che questa impedisce ai personaggi. The Eddy funziona cioè per negazione e quando questo esce fuori è implacabile.

L’impostazione è quella di Rapina a Mano Armata ma senza la decostruzione temporale: ogni puntata è esplicitamente dedicata ad un personaggio. Molte serie procedono così, concentrandosi su un personaggio di episodio in episodio, ma The Eddy lo dichiara nel titolo di volta in volta e lo mantiene nella puntata. C’è un personaggio centrale, Elliot Udo (interpretato da André Holland già visto in Moonlight), jazzista americano di successo fuggito a Parigi dove ha aperto un locale (The Eddy) e dove lo ha raggiunto la figlia 15enne che adesso è in capo a lui (la madre da cui è separato non ce la fa più). E qui sta la prima stranezza della serie, Elliot sua figlia davvero non la vuole, non lo dice perché non è un mostro ma non la vuole, non gli interessa perché a lei non interessa la musica, è solo una rottura e non gli piace. Cerca di mascherarlo come chiunque non voglia ferire gli altri, ma non gli interessa davvero, non è mai la sua priorità.

Non sembra un caso a questo punto che i due pilota li abbia diretti Damien Chazelle, che in La La Land e Whiplash ha raccontato esattamente questo (il sacrificio necessario per l’eccellenza e come, forse, ne valga la pena), impostando benissimo look, tono e modalità di lavoro sulla musica per il resto degli episodi.

 

 

A Elliot interessa solo il locale e il fatto che quel business gli consente di tenere insieme una band che ha formato a fatica e con la quale sta per fare un disco. È il suo unico obiettivo e quando il suo socio viene ucciso tutti i problemi che aveva creato, i guai criminali e le incombenze ricadono su di lui (inclusa l’attenzione della polizia che pensa sia stato lui ad ucciderlo). Questa è la base che viene portata avanti mentre ogni episodio approfondisce un membro della band o una persona che orbita intorno ad Elliot. Su questo la serie innesta un racconto che è puramente musicale, è cioè il racconto di come la vita complotti contro la creazione. Non è la solita storia di come le persone cerchino di salvarsi a vicenda ma la storia di come una faccia di tutto, si condanni anche all’inferno, perché fare un disco è più importante.

E qui viene la grandezza di The Eddy.

Il problema dei film e delle serie musicali in cui tutti dicono che qualcuno è bravo, è grande o ha talento è che poi questo personaggio suona o canta e non è così straordinario, perché essere straordinari è raro e difficile. Ecco qui la musica straordinaria lo è e del resto la storia è proprio quella di cosa richieda mantenerla straordinaria.

Ci sono Glen Ballard e Randy Kerber dietro le musiche (curriculum impressionanti, persone che hanno fatto la storia della musica moderna) e un’attenzione nella messa in scena ai suoni dal vivo, ai veri strumenti alla delicatezza di tocco e di suono. Da questo punto di vista The Eddy è a livello di Round Midnight o di tutti quei film in cui la musica “avviene” sul serio. Ed è fantastica. C’è una potenza vibrante in quello che gli attori fanno, suonano e cantano che è coerente con quello che vivono e recitano. Non è solo un piacere da ascoltare ma un vero dettaglio narrativo, quando vediamo le decisioni e capiamo le intenzioni, sappiamo e sentiamo che effettivamente la musica per la quale Elliot si batte fantastica lo è sul serio. Possiamo comprendere la tensione e sentire il risultato con le orecchie.

 

 

In questo è centrale Joanna Kulig, che qui interpreta la cantante, e che è una vera attrice di altissimo livello oltre ad una voce sopraffina (l’abbiamo già vista recitare e sentita cantare in Cold War). Non solo l’episodio a lei dedicato forse è il più bello ma la forza con cui canta e interpreta, con cui resiste e lotta indirizza lo spettatore a capire la medesima tensione negli altri strumentisti, di certo attori meno potenti, ma dotati di momenti ugualmente cruciali. La storia della batterista Katarina, una delle più lunghe e complicate, la porterà alla fine a suonare da sola e quando questo avviene, quando cioè sentiamo solo lei suonare la batteria senza il resto degli strumenti (non proprio qualcosa di appassionante e trascinante), lo stesso in quel suono c’è tutto quello che ha vissuto e abbiamo visto, carico di botte, sangue, contrasti, paure, rischio e una vita assurda.

Certo ci sono dei soldi falsi un morto, minacce, tensioni e la mala che incombe con violenza, ma anche amore, adolescenti, piani di copertura, sesso e corse all’aeroporto. E tutto è un impedimento vero quel disco e la realizzazione della musica come va fatta, come sa Elliot.

Per dimostrare quanto sia serio con la musica, per dimostrare che non scherza, The Eddy non la rende un premio per i personaggi come è di solito, cioè non la rende un momento di esaltazione individuale o collettiva (se non durante un funerale, per contrasto) ma una maledizione, una condanna di ognuno, l’ultima spiaggia di vite indesiderabili.

 

 

A questo punto è chiaro che se non si ha la passione per quella musica allora una parte potente del senso della serie viene a mancare, se non si condivide l’attrazione per quelle armonie vedere di The Eddy è come guardare Fuga per la vittoria senza emozionarsi per il calcio giocato dai veri giocatori, senza vedere niente di bello nella rovesciata di Pelè.

Ma se c’è un po’ di passione per il jazz moderno allora il desiderio di vedere una seconda stazione non sarà frutto di misteri avvincenti, cliffhanger o storie appassionanti, ma frutto dell’ansia di vittoria di questo musicista effettivamente dotato e della tigna con cui ha messo tutto in qualcosa che (alla fine) lo costringe a compromessi a sorpresa che creano un conflitto bellissimo tra ciò che di più alto, leggero e soave ci sia, la musica, e come si alimenti del peggio.

Condannarsi all’inferno per un disco. Ma che disco!