The Mandalorian 1×08: la recensione

Ognuno ha una sua idea personale, ma al tempo stesso assoluta e impossibile da scalfire, su ciò che è Star Wars. Su ciò che deve essere Star Wars. E quindi su ciò che non lo è. Eppure la forza di questo universo sta proprio nella sua malleabilità, nel suo essere una maschera di gomma che si adatta a tutti i generi, i toni, le forme del racconto. L’ottavo e ultimo episodio della prima stagione di The Mandalorian ne è la prova. Inizia con uno sketch comico trapiantato nella sceneggiatura, prosegue con un assedio drammatico, tra rivelazioni e sacrifici, termina con l’ultimo esagerato upgrade dell’armatura del protagonista. E con un piccolo, ma irrinunciabile, cliffhanger per la seconda stagione (con la terza già annunciata).

Si tratta di fatto della seconda metà dell’avventura iniziata la scorsa settimana, che vede il mandaloriano e gli altri personaggi pronti allo scontro finale su Nevarro. Per un Werner Herzog e il suo magnifico accento che ci lasciano, arriva un graditissimo Giancarlo Esposito. Ancora un villain per lui, ma decisamente siamo in territori lontani da Gus Fring. Moff Gideon è un personaggio più spudorato, meno subdolo, meno inquietante, ma non per questo meno pericoloso. È lui a bloccare i personaggi e a rappresentare la minaccia finale, ed è attraverso di lui che scopriamo qualcosa di più sul mandaloriano, anzi su Din Djarin.

Abbiamo un nome, abbiamo un volto, che è quello di Pedro Pascal, e abbiamo anche un po’ di backstory sul personaggio. Qualcosa che si ricollega all’assedio di Mandalore, in cui lo stesso Gideon era coinvolto, e che già contiene qualche collegamento con l’ultimo arco narrativo di The Clone Wars. Le serie di Dave Filoni dialogano l’una con l’altra, per quanto possibile. Moff Gideon brandisce la Dark Saber, arma apparsa nella serie animata e in Rebels, mentre Ahsoka apparirà nella seconda stagione di The Mandalorian, interpretata da Rosario Dawson. Tutti questi elementi condiscono una storia che però, più che in altri episodi, mette davvero il protagonista di fronte a se stesso e ai suoi pregiudizi.

In particolare Din Djarin deve rivedere le sue posizioni su IG-11, che è davvero dalla loro parte e infine giunge a sacrificarsi per il gruppo. È a lui – che non è un essere vivente – che mostra il suo volto. Quanto alla natura del droide e alle sue motivazioni, The Mandalorian si mantiene fedele alla sua semplicità: questo non è Westworld, il droide obbedisce alla sua programmazione e stop. Ma almeno il protagonista ha capito che il suo pregiudizio contro le macchine è sbagliato. Riaffiorano nel finale gli schemi da videogioco, con il protagonista che, prima della boss fight finale, passa a rifornirsi di armi e ottiene un potenziamento decisivo che serve ad affrontare la sfida aerea.

Notazione a margine: lo scambio iniziale tra i due scout trooper, Jason Sudeikis e Adam Pally in originale, è divertente, ma la battuta “do the magic hand thing” di Greef insieme alla risposta di Baby Yoda è imbattibile.

Finisce la prima stagione di The Mandalorian, e c’è ben poco qui che possa far cambiare il giudizio, positivo o negativo, sullo show. Nell’epoca della tv complessa, delle stagioni rilasciate in blocco, degli intrecci arzigogolati, la prima serie live action di Star Wars segue la strada opposta. Riscopre la formula della visione settimanale, che è rarissima sulle piattaforme streaming. Lo fa perché può permetterselo: è l’intera piattaforma Disney+ a elaborare la nostalgia e un’esperienza di visione più lenta perché si appoggia a cose che, in larga parte, abbiamo già visto. E quanto a un inedito come The Mandalorian, basta l’evento a riportare settimanalmente gli spettatori alla serie.

Formula semplice, episodica, prevedibile, ma che riesce anche a trarre il meglio dall’essenzialità, anche solo da un casco, un tormentone, una creaturina. Riscoprendo il piacere di una visione leggera e semplice, mai compulsiva o gravosa.

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