Se la prima stagione di Kipo e l’era delle creature straordinarie (leggi la recensione) era servita a Radford Sechrist e Bill Wolkoff per gettare le fondamenta di un’avventura, presentare il loro mondo e i loro personaggi, raccontare qualcosa del loro passato e concludere tutto con il più classico dei cliffhanger, la seconda stagione di Kipo… be’, fa più o meno la stessa cosa, il che da un lato può sembrare una mezza delusione, dall’altro suona come una dichiarazione d’intenti: lo show DreamWorks è qui per restare, e per diventare qualcosa di più di una curiosità psichedelica comparsa quasi per caso su Netflix.

La prima stagione ci aveva fatto conoscere il mondo dopo la fine del mondo nel quale sono ambientate le avventure di Kipo Oak, una post-apocalisse coloratissima e ottimista ai limiti del twee popolata da animali senzienti e da creature gigantesche e tendenzialmente assurde come il Megaconiglio. E ci aveva presentato il party – il termine è preso a prestito dal mondo videoludico, e non a caso, visto quanto è evidente l’impronta dei videogiochi nell’immaginario, nella struttura narrativa e nell’idea stessa di azione di Kipo – che accompagna la protagonista nelle strade, coperte di vegetazione lilla e popolate di scorpioni con tre code, di Las Vistas: Wolf la bambina guerriera, Mandu il maiale con quattro occhi, la strana coppia composta da Benson e Dave, rispettivamente un umano e un insetto dal ciclo vitale acceleratissimo. La seconda stagione riprende da dove li avevamo lasciati: pronti a scontrarsi con Scarlemagne, il cattivissimo mandrillo fissato con la nobiltà ottocentesca che vuole soggiogare gli esseri umani e diventare imperatore, e pronti a scoprire qualcosa di più sugli apparenti superpoteri di Kipo.

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È un setup che sarebbe potuto esplodere in mille direzioni, e che Sechrist e Wolkoff decidono per l’appunto di fare esplodere in mille direzioni, frammentando ancora di più la linea temporale della narrazione, facendo ampio uso di flashback, andando alla scoperta del passato di quelli che finora erano solo personaggi di supporto per la protagonista assoluta, scegliendo persino di approfondire le origini e le motivazioni del supercattivo di turno. Il risultato è paradossalmente meno assurdo e psichedelico della prima stagione, nella quale ogni episodio era un’occasione per introdurre un nuovo pezzo del mondo di Kipo e di sorprendere con invenzioni e deliri. Non che nella seconda stagione manchino i momenti dove la droga prende il sopravvento – tra le altre cose si segnalano le capre indovine che leggono il futuro nel formaggio e i pipistrelli complottisti convinti di poter comunicare con gli alieni –, ma sono (quasi) sempre funzionali a portare avanti la narrazione, ad aggiungere un tassello a un puzzle, quello dell’identità e delle origini di Kipo, che ora del decimo episodio si è rivelato molto più complesso di quanto sembrasse all’inizio.

Tutto questo avviene ovviamente alla velocità della luce: l’intera seconda stagione, 10 episodi da 20 minuti l’uno circa, si guarda in una sera, e vi sfidiamo a trovare una qualsiasi forma di tempo morto. Al contrario: se la prima stagione si divertiva a indugiare su paesaggi e dettagli e si beava un po’ della sua estetica (eccezionale), qui è l’azione a farla decisamente da padrone, i combattimenti, gli inseguimenti, le trasformazioni e le mutazioni – l’intento è quello di far reagire chi guarda come reagisce Kipo quando scopre di potersi trasformare in un giaguaro, e cioè esclamando “coooool!”. Ecco, Kipo è cool, lo è lo show e lo è la sua protagonista, che è un po’ la versione survivalist di una manic pixie dream girl senza i difetti e il sessismo della manic pixie dream girl media. Ed è cool la netta sterzata tematica di questa stagione, con tutto quello che promette sul futuro della serie: senza scendere nei dettagli ci limitiamo a dire che l’apparente manicheismo della prima stagione (con gli umani fragili vittime e i mutanti feroci carnefici) viene abbandonato in favore delle sempre ben accette sfumature, e che la redistribuzione delle colpe è uno dei perni intorno a cui ruota tutto il racconto. O, per dirla più brevemente, Kipo e l’era delle creature straordinarie è diventata adulta e tridimensionale, e senza neanche dover rinunciare all’hip hop, alla techno, alle luci colorate e all’LSD. Speriamo possa proseguire così per tanti, tanti anni.

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