The Politician è tornata con una seconda stagione (qui la nostra recensione della prima) in cui il percorso politico del protagonista si sposta a New York e nel mondo degli adulti, lasciandosi definitivamente alle spalle i corridoi del liceo e gli errori commessi nella prima importante campagna elettorale.
Le sette puntate arrivate il 19 giugno su Netflix mostrano quindi Payton Hobart (Ben Platt) e il suo team scontrarsi con la ben più esperta Dede Standish (Judith Light), affiancata dal suo braccio destro Hadassah Gold (Bette Midler), dando vita a una rivalità molto accesa e a uno scontro generazionale agguerrito.
Entrambi gli schieramenti sono disposti a usare tutte le armi a loro disposizione: dalle foto compromettenti alle spie nelle fila del proprio avversario, senza dimenticare scandali e l’uso dei mezzi di comunicazione a proprio favore.
Accanto a Payton c’è ancora Alice (Julia Schaepfer), alla ricerca della propria identità mentre cerca di gestire le ambizioni politiche del fidanzato sacrificando più del dovuto le proprie potenzialità. Ad aiutare il giovane a venir eletto senatore nello stato di New York ci sono inoltre McAffee (Laura Dreyfuss), il suo amico James (Theo Germaine), e Skye (Rahne Jones). Per la gioia dei fan non può mancare nemmeno Infinity (Zoey Deutch) che, nonostante una presenza purtroppo limitata nelle puntate, ha un ruolo chiave nel susseguirsi degli eventi essendo diventata una fervente attivista che si occupa dei problemi ambientali con una determinazione davvero rara e che ha coinvolto anche Georgina (Gwyneth Paltrow), a sua volta impegnata in una campagna elettorale che regala alcune delle sequenze più divertenti.

La seconda stagione di The Politician, pur proponendo un approccio sopra le righe alle situazioni presentate, ritrae il mondo della politica con una certa dose di realismo e di cinismo fino all’epilogo di questo capitolo della storia, maggiormente speranzoso e focalizzato sulla possibilità di un cambiamento reale nella dimensione personale e in quella professionale dei protagonisti. Payton fa ancora i conti con i fantasmi del passato, metaforici e letterali considerando le apparizioni di River (David Corenswet), ma è ormai impegnato a occuparsi di strategie concrete, macchinazioni machiavelliche che tiene segrete anche ai membri del suo team, progetti ben calibrati sulle necessità della comunità e sul suo elettorato. Ben Platt è ormai a proprio agio nel ruolo, un po’ nevrotico ma molto razionale, e mantiene bene il confronto con il talento senza ombre delle interpreti delle sue avversarie.
Judith Light non è forse sfruttata al meglio delle sue possibilità, anche se regala delle sequenze memorabili come uno spot elettorale estremamente sincero che spiazza anche la sua assistente e l’emozionante riflessione che viene mostrata nel season finale, tuttavia la sua Dede ha il merito di portare sugli schermi la storia di una donna in grado di muoversi in un mondo ancora dominato dagli uomini con grande determinazione e che riesce a ritagliarsi la propria libertà, professionale e anche dal punto di vista della sessualità.
A rubarle la scena è però Bette Midler con la sua esperta abituata sempre a stare un po’ in ombra e che deve fare i conti con un susseguirsi di cambiamenti nella propria vita che non riescono comunque a destabilizzarla.

Ryan Murphy e Brad Falchuck non hanno potuto avere a lungo a disposizione le due star Gwyneth Paltrow e Zoey Deutch ma sono invece i personaggi di Georgina e Infinity a regalare il maggior numero di risate con due personaggi che sanno cosa vogliono e sono disposte a ottenerlo senza farsi particolari remore morali o sentire mai il bisogno di chiedere scusa per le proprie scelte. Infinity, in particolare, viene costruita come una parodia delle attiviste ambientali e, nonostante i suoi eccessi al limite del folle (come l’uso dell’acqua della doccia), permette di sottolineare quanto le tematiche a cui tiene così tanto siano davvero importanti e spesso ignorate dalla classe politica. Come accaduto nella stagione precedente, considerando proprio questa tematica, è interessante e affascinante la presenza di una puntata completamente dedicata alla prospettiva degli elettori che, mostrando una madre e una figlia, offre uno sguardo interessante e ricco di spunti sui meccanismi che portano le persone a votare.
Dispiace invece che Lucy Boynton, interprete di Astrid, abbia uno spazio così limitato nel racconto: il cinismo che contraddistingue il suo personaggio e la bravura dell’attrice avrebbero potuto dare vita a una sottotrama stimolante. Nelle sette puntate, invece, Astrid viene solo coinvolta in un triangolo sentimentale e sessuale che offre ben poco alla storia fino all’ultima puntata che, piuttosto superficialmente, affronta la tematica dell’indipendenza femminile.
A suscitare un pizzico di perplessità è inoltre il modo in cui si è deciso di mettere in secondo piano i personaggi omosessuali e si sono abbandonati i dilemmi personali di Payton, la cui vita personale prende una svolta quasi stucchevole e poco comprensibile considerando la prima stagione dello show.

La seconda stagione di The Politician perde un po’ il filo della narrazione nella parte centrale del racconto, riprendendo le redini negli ultimi episodi in cui gli autori faticano comunque a trovare il coraggio di continuare la propria “denuncia” (molto leggera) del “gioco” della politica, usando delle scene in cui si riduce l’elezione a un passatempo per bambini, preferendo un tentativo di motivare e dare speranza ai giovani, scelta che non convince, pur permettendo di concludere in modo soddisfacente la storia se Netflix decidesse di non seguire Payton fino al suo tentativo di arrivare alla Casa Bianca.

Il progetto, dalla fotografia e dalla colonna sonora molto curate, è comunque ben confezionato e piacevole da seguire per chi ama i racconti che si ispirano alla vita reale avvicinandosi ai problemi della società da una prospettiva un po’ critica e con un sarcasmo tagliente nel ritrarre il lato più oscuro e opportunista delle persone.