Brave New World (prima stagione): la recensione

Brave New World, tratta dall’omonimo romanzo di Aldous Huxley, pubblicato nel 1932 e classificatosi al 5° posto tra i 100 migliori romanzi di lingua inglese del 20° secolo, è una serie in 9 episodi – sviluppata originariamente per NBCUniversal dalla Amblin di Steven Spielberg – che descrive un distopico futuro in cui la ricerca dell’effimera felicità e della perfezione finisce per annullare tutti sentimenti umani, in favore di una composta e vuota vita dominata da una tecnologia solo apparentemente al servizio dell’uomo.

La serie si apre con l’introduzione di alcuni dei personaggi principali – Lenina Crowne (Jessica Brown Findlay) ed il suo amico Bernard Marx (Harry Lloyd) – che abitano nella scintillante città di New London, un luogo simbolo di una società che, pur asserendo di aver annullato ogni forma di discriminazione, divide nella realtà i suoi abitanti in caste. Queste prendono il nome delle lettere dell’alfabeto greco, con al vertice gli alfa, burocrati il cui compito è quello di tenere sotto controllo il benessere della popolazione, distribuendo delle pillole, chiamate soma, in grado di riprodurre chimicamente una sensazione di benessere. Le leggi di New London sono poche ed apparentemente semplici da rispettare: “Niente privacy, niente famiglia, niente monogamia” e la protagonista femminile, la beta Lenina, ci viene introdotta proprio dopo aver infranto una delle tre ed aver intrattenuto una relazione sessuale quasi esclusiva con un alfa.

Teniamo a sottolineare il concetto di “relazione sessuale” perché, se c’è un aspetto che Brave New World non vi permetterà di dimenticare, è che il sesso ha un ruolo fondamentale in una società che non si riproduce più in maniera biologica, ma selezionando embrioni e scegliendo la loro casta in maniera apparentemente scientifica. Nonostante sia evidente che il senso del messaggio generale sia che tutta quella libertà di costumi non rende affatto l’atto in sé gratificante, ma lo trasforma piuttosto in un’azione meccanica e vuota, la reiterazione del concetto è così sospettosamente insistente da far supporre che tutte quelle ammucchiate servano più ad attrarre un pubblico stuzzicato dall’idea di vedere qualcosa di proibito, piuttosto che interessato a leggere il sottotesto che gli autori vorrebbero trasmettere.

Da subito viene infatti stabilito come il “corpo sociale” sia quello che davvero conta a New London e come non vi sia assolutamente spazio per l’individualismo o i sentimenti. Pur non avendo letto il libro da cui è tratta la serie, non fatichiamo ad immaginare che, nel 1932, la visione di una società così “avanzata” e diversa da qualsiasi cosa si potesse immaginare a quel tempo fosse sicuramente innovativa, ma il problema con cui si scontra questo show oggi è che c’è davvero molto poco in Brave New World che, in qualche forma o misura, il pubblico non abbia già visto in serie come Westworld, al cui centro c’è una società depersonalizzata e solo apparentemente perfetta, che cerca nell’estremo una forma di libertà.

L’ambientazione è probabilmente uno degli aspetti meglio riusciti di Brave New World, così come il copioso e ottimo uso di CGI ed i costumi, ma nel momento in cui si va a scavare un po’ più a fondo e ci si concentra sulla storia, emergono tutti i problemi di questa serie. A turbare la tranquillità di New London e della felicità chimicamente indotta dei suoi abitanti, arriverà infatti John il Selvaggio (Alden Ehrenreich), un lavoratore di un parco di divertimenti chiamato “Terre dei Selvaggi”, che gli abitanti della città possono visitare per immergersi in una ricostruzione di una primitiva ed ormai dimenticata vita passata. Qui, John aiuta Lenina e Bernard a sfuggire ad una ribellione da parte dei selvaggi ed assiste impotente alla morte della madre Linda (Demi Moore), una ex abitante di New London, dove verrà poi condotto ed ospitato grazie ai suoi due nuovi amici. Nella sua nuova esistenza, John si ritroverà al centro dell’attenzione di una società i cui usi e costumi inizialmente rifiuta, ma dai quali si farà affascinare per un certo periodo, per poi diventare il portavoce di una rivoluzione che minaccerà di distruggere l’effimera tranquillità di tutti gli abitanti di quel mondo.

Un po’ come i protagonisti stessi della storia, concentrati solo sulla ricerca di un piacere passeggero, senza alcun coinvolgimento emotivo, gli autori scelgono per lo show una vetrina, più che una storia, lasciando in sospeso molti, troppi, interrogativi che resteranno sempre insoluti. Non si capirà per esempio mai davvero perché si sia arrivati a concepire una New London con le sue regole, quali eventi abbiano scatenato questa deriva della società, perché esistano degli “evoluti” e dei “selvaggi” e cosa sia accaduto al mondo, in generale, per cambiarne così profondamente le abitudini e regole.

La storia si limita a suddividere in maniera piuttosto generica i contendenti i “noi” e “loro”, non approfondendo mai nemmeno davvero il conflitto interiore di Lenina o John, figlio di genitori di New London, ma cresciuto nelle Terre dei Selvaggi e divenuto volto e leader improvvisato di una rivoluzione. C’è del potenziale in Brave New World, ma ironicamente rimarrà sempre inespresso per mancanza di coraggio che limita lo show ad una vacua rappresentazione di un mondo decadente, in cui si chiede agli spettatori – come agli abitanti di New London – di ingoiare senza farsi troppe domande una pillola ed accettare l’idea che quella rappresentazione della realtà sia davvero migliore di quella che conosciamo oggi. Il tutto per qualche orgia psichedelica in più.

CORRELATO A BRAVE NEW WORLD RECENSIONE