Hanna stagione 2: la recensione

La seconda stagione di Hanna rappresenta senza dubbio un netto passo in avanti della serie Amazon rispetto allo scorso anno. Dove i primi otto episodi dello show erano una versione (troppo) estesa del film diretto da Joe Wright, questo nuovo blocco di puntate trova per sé quel senso che avrebbe dovuto avere fin da principio. Diventa un progetto più compiuto, che gestisce meglio il ritmo interno, che introduce nuovi personaggi e che su questi si basa per far funzionare l’intreccio. Curiosamente, alla fine non saranno né Hanna né Marissa (Esme Creed-Miles e Mireille Enos) i personaggi più interessanti.

La scrittura della serie decide ben presto che il finale della prima stagione si adatta solo fino ad un certo punto alle esigenze della nuova trama. Quindi, non fa piazza pulita, ma quasi, e con qualche aggiustamento di rotta trasporta tutti i personaggi vecchi e nuovi in una nuova ambientazione e con nuovi obiettivi. Il luogo in questione è un centro di addestramento per le ragazze – alcune già le conoscevamo – al centro delle sperimentazioni, che devono imparare tutto ciò che servirà loro per compiere le loro letali e pericolose missioni. E c’è un ottimo lavoro nell’introduzione, nel casting, nella caratterizzazione delle ragazze. Da Sandy (Aine Rose Daly), ingenua e completamente devota al progetto, a Clara (Yasmin Monet Prince), più dubbiosa e ribelle, a Jules (Gianna Kiel), più pratica e metodica.

Qui la serie si appoggia, solo per quel che le serve, ad un’impostazione – forse già invecchiata in fretta – da distopico young adult. C’è la struttura controllata dagli adulti di cui non ci si può fidare in cui le giovani sono manipolate, costrette a lottare, inserite in categorie, usate come strumenti. Hanna è l’elemento ribelle ed estraneo, la ragazza che, almeno per quello che ci aspettiamo, non dovrebbe piegarsi e anzi dovrebbe combattere questa stessa struttura. Ma dove la freddezza della protagonista è un tratto distintivo che ci aspettiamo di vedere, la scrittura trova il modo di emergere per contrasto, passando davvero molto tempo con tutte le altre cavie di Utrax. Su tutte, Sandy si conferma come il personaggio più interessante della serie, quello che trova il modo di risaltare di più.

È un bel passo in avanti rispetto alle esperienze da teen drama dello scorso anno. Non tutto gira come dovrebbe, e la scrittura talvolta dà l’impressione di appropriarsi delle vicende di Hanna e Marissa conducendole dove sarà necessario per far avanzare la trama. Ma questa stagione racconta con equilibrio e sicurezza la propria storia, introduce un nuovo villain di nome John (Dermot Mulroney), divide la storia in tre blocchi ideali che arrivano a una chiusura soddisfacente. Diventa interessante nel raccontare tutte queste ragazze che, in assenza di un rapporto saldo con la genitorialità (questo è un tema che ritorna spesso) devono trovare per se stesse un nuovo modo di sopravvivere nel mondo. A cui viene imposto un nome per contenerle o che scelgono un nome per autodeterminarsi.

In questa concatenazione di eventi molto ferrea, Hanna diventa un’esperienza di visione più fluida e piacevole.

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