Stateless: la recensione

Stateless è una serie di denuncia, di quelle che incrociano l’incredibile con l’inaccettabile. È basata su più spunti reali – soprattutto uno – che si sovrappongono per raccontare un affresco comune. E tutte queste vicende servono come veicolo per raccontare la feroce routine di un centro di detenzione per immigrati in Australia. Ma ancora, nemmeno questo basta ad esaurire la vicenda, che per affinità richiama senza dubbio contesti drammatici simili sparsi in tutto il mondo. In un modo o nell’altro, per lo spettatore di questa miniserie australiana in sei episodi distribuita ora da Netflix sarà facile adattarne il carico umano ed emotivo a fatti geograficamente più vicini.

Ci sono, come detto, varie storie che si incrociano qui. Spicca quella di Sofie Werner (Yvonne Strahovski), donna australiana con problemi mentali, rinchiusa per errore e inefficenza nella struttura e tenuta lì per mesi. La sua storia corre parallela a quella di almeno altri tre personaggi principali. C’è Cam Sandford (Jai Courtney), un uomo di indole buona che trova impiego come guardia nel centro, e poco a poco muta nell’atteggiamento. C’è Claire Kowitz (Asher Keddie), nuova responsabile della struttura che deve conciliare regole, disciplina e umanità. C’è Ameer (Fayssal Bazzi), rinchiuso nel centro e alla disperata ricerca di un modo per ottenere un visto.

Non solo per la presenza di Cate Blanchett in entrambi i progetti, Stateless è al tempo stesso simile e diverso dal Babel di Inarritu. Il tema rimane quello delle innate ingiustizie sociali, intimamente legate al luogo di nascita e quasi impossibili da superare. C’è lo sguardo globale, l’incontro tra culture, la ricerca del contrasto più forte possibile. Dove però il film del messicano divideva con fatalismo i vincitori (Stati Uniti e Giappone) dai vinti (immigrati e Terzo Mondo), Stateless cerca uno sguardo più tagliente e ravvicinato. Lo trova riportando tutte le storie nel polveroso recinto del centro di detenzione, dove ognuno partecipa al dramma in modo diverso e ne vive sulla pelle le conseguenze.

Il personaggio di Sofie (Strahovski in un nuovo ruolo drammatico in cui spicca dopo The Handmaid’s Tale) è emblematico. Non rappresenta la donna privilegiata che si ritrova per contrappasso in una situazione di disagio da cui apprenderà qualcosa. Il suo è uno sguardo come gli altri, utile ad acuire il disagio kafkiano della situazione, con tutti i filtri burocratici che potremo immaginare. Ma c’è anche l’elemento della malattia mentale, ennesima barriera in una storia di barriere. Simili saranno le storie di Claire e Cam, che nel momento in cui devono assolvere al loro ruolo di guardiano rinunciano a qualcosa di sé. I loro drammi non sono da paragonare a quelli dei singoli rifugiati, ma rimangono lo specchio di un disagio sistemico, astratto, estremamente complesso.

Stateless riesce a conciliare bene umanità e denuncia, racconto e analisi. È una bella miniserie, non folgorante, ma molto solida. Piccolo accenno al ruolo già citato di Cate Blanchett, che partecipa alla serie anche nelle vesti di co-creatrice e produttrice. Il suo, come quello di Dominic West, è un ruolo più che secondario, praticamente relegato al solo primo episodio.

CORRELATO A STATELESS RECENSIONE