The Umbrella Academy (seconda stagione): la recensione

I viaggi nel tempo: la causa e la soluzione a tutti i problemi della vita. Questo è uno dei trend più sfruttati del momento, insieme all’idea di multiverso, e The Umbrella Academy lo usava già nella prima stagione. Anche per la seconda, la serie Netflix conferma quell’approccio, anzi cambia davvero poco rispetto allo scorso anno. Dopo il climax incredibile con cui ci aveva lasciato, questa stagione ha infatti una lunga ripartenza che serve a impostare un more of the same lungo dieci puntate. Che sorprendono solo a tratti, ma che funzionano perché si basano su personaggi generalmente piacevoli e su uno stile che, se non riesce ad essere spiazzante, almeno è molto accogliente.

Sulla storia non anticipiamo nulla che non sia già palese dal trailer. I sei fratelli (+1) tornano indietro nel tempo per sfuggire all’apocalisse provocata da Vanya nel presente. Si ritrovano negli anni ’60, a ridosso dell’omicidio di Kennedy, e scoprono che entro pochi giorni avverrà un nuovo cataclisma. Per tutti loro, e soprattutto per Cinque, che rimane il più consapevole della banda, si tratta di riprendere una corsa serrata per capire cosa provoca il disastro e come impedirlo. Le storie personali di Luther, Allison e gli altri si intrecciano con quella più grande che riguarda il grande evento che si avvicina.

Nell’intrecciare le vicende di un gruppo di quasi supereroi con versioni alternative della storia del Novecento, The Umbrella Academy accarezza Watchmen. Lo fa sicuramente nei primi dieci minuti della nuova stagione, che potrebbero essere condizionati dalla particolare versione cinematografica di Zack Snyder (piaccia o meno). Da lì in poi, la serie racconta la propria storia, ma lo fa con quell’identità che già nella prima stagione era facile riconoscere. The Umbrella Academy infatti rimane questo: una storia che racconta un’apocalisse imminente mentre personaggi si muovono in modo coreografato o rallentato sulla base di una canzone pop.

Momenti come questo non si contano, e rimangono la colonna portante del dialogo continuo della serie con se stessa. The Umbrella Academy non è una serie metanarrativa o autoconsapevole, ma oggi questo non ha alcuna importanza, non quando così tanto è già stato raccontato sui supereroi, non con una storia che prende così tanti elementi da altri prodotti. Nei momenti furbi da “videoclip”, buoni per costruire un manifesto veloce per la serie sui social come lo era “I Think We’re Alone Now”, la serie trova quell’alleggerimento di cui ha bisogno. Di cui in fondo noi spettatori abbiamo bisogno.

E poi la serie è davvero piacevole. Quest’anno l’intreccio è più snello, ci sono meno deviazioni e le puntate hanno la misericordiosa durata di 40 minuti. I singoli protagonisti magari non saranno sempre piacevoli, anche perché sono quasi tutti definiti in base ai loro difetti piuttosto che al reale supporto alla squadra. Ma funzionano molto bene come gruppo, esaltandosi l’un l’altro. Luther (Tom Hopper) è il solito gigante ingenuo, Allison (Emmy Raver-Lampman) ha la trama più costruita, Diego (David Castañeda) continua a soffrire un po’, ma è importante per la trama, Cinque (Aidan Gallagher) trascina il gruppo, Klaus (Robert Sheehan) sprecato dopo lo scorso anno. Per chi si aspettava un certo approfondimento per Vanya (Ellen Page) dopo il cliffhanger, la scrittura trova il modo di gestire il suo personaggio e di regalarle una storyline sua.

Con le sue specificità, questa seconda stagione è lo specchio della prima. Ne riprende ritmo, gestione dell’intreccio, spunti. L’ambientazione degli anni ’60 è terreno sul quale inevitabilmente coltivare dei riferimenti a temi sociali molto presenti nella contemporaneità degli Stati Uniti, ma tutto il resto è familiare fin da subito. Chi ha apprezzato la prima stagione non avrà difficoltà ad amare anche questa.

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