Away (prima stagione): la recensione

Away ha molto in comune, nel bene e nel male, con la serie The First, trasmessa da Hulu nel 2018. In entrambi i casi si tratta di serie che raccontano un’immaginaria prima, storica missione umana su Marte. La prospettiva della conquista del Pianeta Rosso, così affascinante di per sé, perché in fondo non così lontana, basterebbe da sola a dare forza al soggetto. Eppure, in entrambi i casi, il lato emotivo della vicenda si appoggia sui legami familiari degli astronauti, e su ciò che si sono dovuti lasciare alle spalle per poter partire. Ed è qualcosa che, almeno nel caso della serie Netflix, funziona a momenti alterni.

La storia è proprio quella dei cinque astronauti che lasciano la Terra per una missione di tre anni che li porterà a mettere piede su Marte. A guidare la squadra c’è Emma Green, interpretata da Hilary Swank che torna in tv da protagonista dopo aver avuto un ruolo secondario in Trust. Il resto dell’equipaggio rappresenta lo sforzo congiunto del pianeta per raggiungere lo straordinario risultato. C’è il russo Misha (Mark Ivanir), dal carattere respingente e duro, la cinese Yu (Vivian Wu), più schiva, l’indiano Ram (Ray Panthaki) e perfino un botanico di origini africane di nome Kwesi (Ato Essandoh).

La partenza della serie è formidabile. Nessun prologo, o quasi, e nulla più da decidere. Tutto è pronto per la partenza della missione. Tecnica, talenti e posta in gioco sono discussi e sono al centro della trama, i personaggi parlano di quel che dovranno fare e la tensione del momento è palpabile. Il primo episodio ha anche il merito di gestire l’attesa per il lancio ponendo un grande conflitto per uno dei personaggi, una decisione sinceramente difficile e non scontata. Il secondo episodio è anche migliore e, senza anticipare nulla, costruisce una scena di grande tensione, niente affatto breve, ma capace di sintetizzare lo sforzo fisico, umano, ideale che si deve nascondere dietro una missione del genere.

In questi momenti, che non saranno isolati ma torneranno anche nel resto della stagione, Away interpreta al meglio il proprio senso. Quello di raccontare lo straordinario – e cosa c’è di più straordinario dello spazio? – a misura d’uomo, concretamente. D’altra parte, non è tecnico come lo era The Martian, in cui la tensione narrativa era proprio scandita a suon di inventari ed analisi scientifiche. Anzi, più andremo avanti, più la serie si appoggerà sul versante emotivo e personale della propria storia. E qua il meccanismo un po’ di inceppa, nel senso che Away – come da titolo, va riconosciuto – è davvero una serie che parla più di chi è andato via e ha lasciato qualcuno indietro, piuttosto che di ciò che c’è avanti.

Che non è necessariamente un male, ma ad esempio è lasciato grande spazio alle dinamiche della famiglia di Emma, slegate dalla missione. I problemi e i drammi personali si moltiplicano e colmano l’intero intreccio. Ogni personaggio è definito più dalle proprie esperienze e traumi pregressi – Away utilizza lo stesso meccanismo a flashback di Lost – che dal valore aggiunto che porta alla missione. E questo, pur non togliendo il piacere della visione da Away – che è comunque una serie gradevole e ben fatta – ne limita gli obiettivi.

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