All or Nothing: Tottenham Hotspur, la recensione

Vi ricordate quando, in pieno lockdown, Netflix fece uscire The Last Dance, la docuserie sull’ultima stagione di Michael Jordan con i Chicago Bulls? Critica e pubblico si unirono nelle lodi a un prodotto che parlava sì di basket, ma che riusciva, partendo dallo sport, a costruire una narrazione più ampia e variegata e soprattutto universale, capace di rivolgersi anche a chi con la pallacanestro non aveva mai avuto nulla a che fare fino a quel momento. The Last Dance è una serie che bombarda di domande chi la guarda: “Seguiresti un uomo come MJ?”, “fin dove ci si può spingere per ottenere un risultato?”, “se il bullismo ti rende un professionista migliore, è giusto venire bullizzati dai propri superiori?”, “uno sportivo può prendere posizioni politiche o deve rimanere super partes?”, e chissà quante altre.

All or Nothing: Tottenham Hotspur, decima stagione della docuserie Amazon e seconda dedicata al calcio dopo All or Nothing: Manchester City del 2017, è una serie che pone a chi guarda una semplice domanda: “Ti piace il calcio?”. Quello giocato, ma anche tutto il contorno, i centri di allenamento, i colloqui privati tra giocatore e allenatore, i segreti dello spogliatoio, i discorsi motivazionali, quello che i calciatori si dicono in panchina: vi piace? Vi stuzzica? Vi incuriosisce? Ne siete appassionati e volete dare uno sguardo più da vicino ai meccanismi interni di un club? Volete sapere perché Harry Kane sembra un timidone ma è in realtà il leader spirituale del Tottenham? Se la risposta alle domande precedenti è “no”, smettete pure di leggere: non c’è nulla che possa interessarvi in All or Nothing, nulla dell’epica e dell’universalità di The Last Dance, per restare all’esempio precedente. C’è solo calcio, esclusivamente calcio, e c’è un tipo di prodotto ancora nuovo e sperimentale, stranissimo, non sempre efficace e talmente incontrollabile e imprevedibile da risultare affascinante – a meno che non odiate il calcio.

Scommettiamo che

Tutta All or Nothing è un’opera in un certo modo assurda: prevede che si dia il via alla produzione di una serie che seguirà giorno per giorno momento per momento un’intera squadra (di calcio, nel nostro caso) e tutto il personale che ci ruota intorno, nella speranza che i loro risultati sportivi nell’anno a venire siano abbastanza ricchi di successi (o abbastanza disastrosi) da dare vita in postproduzione a una storia interessante e presentabile. È un rischio produttivo pazzesco, che assomiglia parecchio a una scommessa sportiva: si puntano dei soldi su una squadra nella convinzione (o nella speranza) che vinca abbastanza da far rientrare quell’investimento, moltiplicato.

Nel caso del Tottenham 2019/2020 la scommessa era interessante anche da un punto di vista sportivo: la squadra arrivava da una finale (persa) di Champions League, il culmine di cinque anni di lavoro dell’allora allenatore Mauricio Pochettino, e avrebbe dovuto confermarsi e magari anche migliorarsi a fronte di una Premier League sempre più competitiva e di un panorama Champions sovraffollato di giganti convinti di potersi portare a casa la coppa dalle grandi orecchie. Dal punto di vista di Amazon era la situazione ideale: il Tottenham avrebbe potuto replicare i buoni risultati dell’anno precedente, avrebbe potuto migliorarsi, oppure avrebbe potuto crollare clamorosamente fornendo abbastanza materiale per un dramma catastrofico da fare invidia a Roland Emmerich.

From me to you, from Poch to Mou

Poi c’è la realtà, e la realtà è che il Tottenham ha fatto una stagione mediocre, è arrivato sesto in Premier, è uscito agli ottavi di Champions per mano del Lipsia (un’altra squadra che meriterebbe una docuserie dedicata), ha portato a casa zeru tituli ed è uscita dal limbo della mediocrità solo intorno a Natale, con il licenziamento di Pochettino e l’arrivo in panchina di José Mourinho, il vero colpo di fortuna di Amazon e l’unico reale motivo per cui chi ama il calcio dovrebbe guardare la serie.

All or Nothing: Tottenham Hotspur è un Mourinho show – l’unico altro personaggio che riesce a competere con lui per il ruolo di protagonista è il COVID-19 e il suo scagnozzo Lockdown. Lui lo sa, e si vede, e la quantità di volte che fa il personaggio e arriva a tanto così da guardare in camera e infrangere la quarta parete e la finzione dell’immagine rubata dietro le quinte è pari solo alla quantità di volte che esclama “fucking hell!”. E lo sapevano sicuramente anche ad Amazon, dove immaginiamo si siano fregati le mani per giorni al momento dell’annuncio: in una serie nella quale tutte le volte che un calciatore apre bocca si viene sepolti dalla solita sequela di banalità sull’impegno e sul lavorare duro e sui compagni di squadra come fratelli, Mourinho è un faro surrealista, un dispensatore di one liner e proverbi dal vago sapore trapattoniano. È un Mourinho diverso  da quello che conosciamo in quanto allenatore di calcio, quello delle conferenze stampa provocatorie e del gesto delle manette; è più che altro un mix tra un guru spirituale alla Phil Jackson e un vecchio zio ridanciano e un po’ rincretinito, e la dimostrazione pratica di cosa intendono i suoi fedelissimi quando dicono che con lui come allenatore si sono sempre sentiti protetti.

[Primo piano sugli scarpini]

Se sportivamente la serie non ha nulla di eccezionale da dire (davvero, la stagione 2019/2020 del Tottenham è l’elogio della mediocrità) e umanamente si riassume in “Mourinho e poi il resto”, il vero problema di All for Nothing è quello di non riuscire a catturare fino in fondo la bellezza del calcio giocato, preferendo concentrarsi sul contorno.

Non c’è esempio migliore di tutte le scene riprese durante le partite ufficiali del Tottenham: ogni azione, ogni momento, ogni gol, è tutto ripreso strettissimo, un rosario di primi piani su “scarpini con sfondo erba” nei quali la palla compare ogni tanto di sfuggita; quelle inquadrature ultra-televisive che andavano molto di moda ai primordi dell’HD perché permettevano di far notare il dettaglio del filo d’erba in alta definizione e che negli anni fortunatamente sono state un po’ accantonate in favore di riprese più chiare e descrittive, e che All or Nothing inspiegabilmente sceglie di tornare a utilizzare in esclusiva assoluta, con il risultato di rendere illeggibile ogni singola azione di calcio che viene mostrata.

Alla fine della stagione, quindi, All or Nothing: Tottenham Hotspur è un esperimento interessante e malriuscito, un po’ per colpa del soggetto scelto (e questo, come abbiamo già detto, è un rischio calcolato che si ripete con ogni nuova iterazione della docuserie), un po’ perché per essere una serie che parla di calcio dimostra troppo poco amore per il calcio giocato e troppo per i suoi personaggi. Il fandom di Mourinho andrà in brodo di giuggiole, la tifoseria del Tottenham apprezzerà, per tutto il resto del mondo il consiglio è di abbassare le aspettative, godersi quello che c’è e aspettare che All or Nothing metta pienamente a frutto il suo potenziale.