Baby (terza stagione): la recensione

Prima del suo debutto su Netflix, Baby era stata bollata come “la serie sul caso delle baby squillo dei Parioli”. Non lo era, o almeno non nel senso che ci poteva aspettare. Lontana dalla fredda cronaca, lontana da un approccio documentaristico, si vendeva subito come teen drama dalle tinte provocatorie e glamour. Ciò che colpisce allora nella terza e ultima stagione della serie, è il suo ricadere infine in una narrazione più serrata, più legata alle conseguenze penali di quel che è accaduto. Il teen drama rimane e non c’è dubbio sul genere di appartenenza della serie, ma stavolta Baby trova quella problematizzazione che mancava nelle due stagioni precedenti. Lo fa in un attacco alla società degli adulti.

Ludovica e Chiara sono ad un punto di svolta nelle loro brevi e già complicate vite. L’avvicinarsi degli esami di maturità coincide con la lenta presa di coscienza di quel che hanno fatto e che forse non vogliono più fare. Tuttavia intorno a loro iniziano a cedere pezzi della bugia che le riguarda. Questa è la stagione dei confronti, delle rivelazioni, delle confessioni. Ed è infine la stagione in cui ogni personaggio, anche quelli secondari come Damiano e Fabio, dovrà confrontarsi con se stesso e con ciò che vuole essere.

Baby non rinuncia al suo stile, piaccia o meno. Il dramma è racchiuso in una parentesi rosa sottolineata da una cover synth-pop, videoclip raccontati da voci interiori drammatiche, confronti che spesso mancano di naturalezza. Nonostante alcuni sperimentalismi, come quello che apre il terzo episodio, mancano finezze e la sintesi per immagini. Tuttavia, archiviata finalmente l’estasi inebriante di ciò che è proibito, ma non è mai raccontato in modo da suscitare scandalo, Baby diventa più concreto. Avvicinarsi al finale della storia significa trovare un senso e una chiusura, qualunque essa sia, al non detto e a quel che è accaduto. E così la storia diventa più soddisfacente e interessante.

Come tanti racconti di “perdizione giovanile”, anche Baby sul finale diventa la storia di una faticosa risalita. Per i personaggi questo significa essere più autoconsapevoli e sinceri, per la scrittura della serie questo significa risolvere di volta in volta i nodi da sciogliere, e anche quando questo non porterà una soluzione definitiva, almeno non ci saranno più maschere da indossare. Dove però Baby 3 funziona, forse come mai aveva fatto prima, è nella condanna senza appello delle figure adulte. I ragazzi hanno l’incoscienza dei loro anni, la mancanza di punti di riferimento, e comunque la capacità di potersi migliorare.

Il mondo degli adulti – e dei centri di responsabilità che rappresentano, dalla famiglia alla scuola alla politica – è perduto. Non sarà un confronto sussurrato e teatrale a salvarli. In questi personaggi c’è tutta l’ansia e la mediocrità di chi condanna senza guardarsi allo specchio, se non in rare occasioni in cui qualcuno ammetterà: “abbiamo sbagliato tutto”.

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