La regina degli scacchi (prima stagione): la recensione

Il problema più grande di Netflix è che, in una libreria vasta come quella del servizio streaming, si rischia fin troppo spesso di perdersi, lasciando magari per strada una delizia come La regina degli scacchi, dramma in 7 puntate sviluppato da Scott Frank e Allan Scott, con protagonista Anya Taylor-Joy e basato sull’omonimo romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1983.

Il titolo originale della serie, Queen’s Gambit, è anche il nome di una famosa mossa di scacchi, il gambetto di donna, considerata una tra le aperture più antiche che si conoscano di questo complesso e nobile gioco. E non è un caso che proprio le partite di donna, cioè mosse considerate inusuali per il gioco, siano al centro di una serie che vede come protagonista, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’immaginaria giocatrice prodigio di scacchi di nome Elisabeth Harmon.

Dalla pubblicazione del romanzo, ci sono stati diversi tentativi di portare sullo schermo questa storia, il più famoso dei quali avrebbe dovuto avere come co-protagonista e regista Heath Ledger, che era stato coinvolto nel progetto prima della sua morte, nel 2008, ma la lunga attesa ha decisamente ripagato il pubblico.

In un racconto che si dipana tra il Kentucky e la Russia, in pieno maccartismo americano, viene narrata la straordinaria e tragica storia di Beth, figlia di una geniale matematica con seri problemi mentali che la lascia orfana a soli 9 anni. La vita di Beth, che ha ereditato chiaramente molti dei tratti materni, sarà segnata da eventi e persone che la accompagneranno nella sua brillante carriera di scacchista, a partire proprio dal signor Shaibel (Bill Camp), il bidello dell’orfanotrofio in cui viene cresciuta che, per primo, si accorgerà del suo incredibile talento.

La storia di dipendenza dai farmaci di Beth comincerà tristemente proprio nel luogo che avrebbe dovuto proteggerla, per un’assurda regola che permetteva a questi istituti di imbottire i bambini di tranquillanti come fossero caramelle, senza alcun controllo medico o autentica necessità, ma in un certo senso sarà proprio la sua dipendenza aprire la mente della quieta e geniale ragazza, facendola letteralmente entrare nel mondo magico degli scacchi di cui riesce a vedere ogni mossa, proiettata in un’immaginaria scacchiera sul soffitto di ogni stanza, convincendola però anche erroneamente che – senza il supporto delle pillole – non riuscirà mai ad essere una giocatrice altrettanto valida.

Nonostante Beth venga rappresentata come una ragazza molto solitaria, come accennavamo, le persone la cui strada incrocerà nella vita segneranno profondamente il suo cammino, da colui che la introdurrà al mondo degli scacchi, all’amica di sempre conosciuta in orfanotrofio, la ribelle Jolene (Moses Ingram), che tornerà a fare capolino più avanti nella serie, in un momento decisivo della vita professionale della ragazza. Anche la madre adottiva di Beth, Alma Wheatley (Marielle Heller), avrà un ruolo fondamentale nella sua vita, influendo su di lei sia in bene che in male, poiché saranno proprio le sue abitudini ad introdurla all’abuso di alcool.

Uno degli aspetti più immediatamente riconoscibili di questa serie, è che La regina degli scacchi sembra più volte flirtare con la possibilità di diventare una storia di abusi, senza mai però cadere pienamente in questo cliché. Pur essendo causa della sua dipendenza dai tranquillanti, per esempio, la sua permanenza in orfanotrofio non sarà mai segnata da violenze vere e proprie e sarà proprio in quel luogo che inizierà la sua storia di giocatrice di scacchi.
Allo stesso tempo, il suo rapporto con la madre Alma, con un matrimonio disastroso alle spalle ed un problema di dipendenza dagli alcoolici, che non riuscirà mai a tenere il passo con l’immagine della perfetta casalinga degli anni Sessanta, tutta casa e famiglia, segnerà sia positivamente che negativamente la sua vita. Da Alma, Beth riceverà infatti sostegno ed amore, ma da lei imparerà anche a bere, problema che accentuerà un evidente desiderio di autolesionismo in parte ereditato anche dalla madre biologica.

Beth, in un periodo storico in cui le donne erano viste solo come regine del focolare, si ritrova invece a dominare un mondo prettamente maschile e, per sua stessa ammissione, anche particolarmente snob, diventando inizialmente un fenomeno proprio per il suo sesso e non tanto per la sua abilità nel gioco. Questa serie, inutile negarlo, è infatti anche una storia profondamente femminista, che riesce però ad affrontare l’argomento con un’insolita delicatezza, senza la spudoratezza priva di nuances a cui troppo spesso ci hanno abituati alcuni show. La maturità stessa del personaggio, il modo in cui si avvicinerà al sesso ed alle relazioni sentimentale che segneranno la sua strada, sono trattate con molto tatto, in modo tale da non permettere che gli uomini della sua vita definiscano mai davvero la protagonista, ma ne accompagnino piuttosto il cammino.

Tutti e 7 gli episodi della serie, il cui titolo è ispirato ad altrettante mosse degli scacchi, hanno un profondo senso estetico, di cui si può godere sia negli incredibili costumi, opera di Gabriele Binder, che nelle pettinature, nel trucco e persino negli arredi che caratterizzano il mondo in cui si muovono i protagonisti, tutti curati con maniacale dettaglio, ma mai fuori luogo o eccessivi.

La regina degli scacchi è una serie semplicemente bella, sotto molti punti di vista, che racconta – con sensibilità e cura dei particolari – una storia di talento, tra genio e malattia mentale, e che muove i suoi protagonisti con la stessa abilità con cui Beth sposta i pezzi sulla scacchiera, a volte con un ritmo serrato, altre con la calma e la ponderazione che alcune sfide particolarmente difficili della vita, richiedono.

La regina degli scacchi sarà disponibile su Netflix a partire dal 23 ottobre 2020.

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