Social distance (prima stagione): la recensione

Creata da Jenji Kohan (Orange in the New Black), con Hilary Weisman Graham come showrunner e produttrice della serie, Social distance è un altro esperimento di Netflix su come la pandemia abbia costretto le produzioni televisive a diventare persino più creative, fornendo al pubblico un intrattenimento diverso da quello a cui è abituato, girato e concepito in maniera completamente nuova.

A differenza di Homemade, in cui è stato chiesto a 17 famosi registi di mostrare al pubblico il loro personale punto di vista sull’isolamento imposto dalla pandemia, Social distance racconta in 8 corti la storia di personaggi immaginari che affrontano questo difficile momento, ma lo fa usando mezzi completamente nuovi ed imponendo agli attori coinvolti di girare nelle loro vere abitazioni, in alcuni casi accompagnati persino da veri membri della loro famiglia.

Nel primo corto Oscar Nunez, Daphne Rubin-Vega con il marito Tom Costanzo ed il figlio Luca Costanzo e con Guillermo Diaz, Miguel Sandoval, Camila Perez, Olli Haaskivi e Giana Aragon sono interpreti in un episodio in cui i loro personaggi fanno parte di una famiglia riunita per il funerale del loro patriarca, che viene trasmesso in streaming a causa del lockdown che impedisce loro di riunirsi, tra discussioni, recriminazioni e sincere espressioni di cordoglio.

Nel secondo, Danielle Brooks, con la madre LaRita Brooks ed il fratello DJ Brooks e Marsha Stephanie Blake con la figlia Rocco Luna e Misa Brooks ed Isabella Ferriera interpretano personggi che cercano invece di riorganizzare le loro difficili vite, tra l’esigenza di lavorare, continuare ad assistere una madre ospite di una casa di cura e seguire una bambina costretta a casa dalla scuola a causa della pandemia.

Mike Colter e Okieriete Onaodowan insieme con le rispettive mogli Heather Burns e Ajay Naidu e Shakira Barrera e Steven Weber, con il figlio Jack Hohnen-Weber ed Helena Howard hanno invece toccato, da interpreti, il problema della chiusura imposta a tutti i piccoli business non considerati essenziali e – tra battute anti Trump e dichiarazioni anti razziste –  hanno affrontato la delicata questione dell’influenza dell’isolamento su persone che combattono quotidianamente con qualche dipendenza, tra ricadute ed incontri degli alcoolisti anonimi on-line.

Max Jenkins, Brian Jordan Alvarez, Peter Vack e Rana Roy partecipano invece all’episodio sulla storia di una coppia gay che si ritrova ad affrontare una crisi scatenata dalla idiosincrasie di uno e l’apparente superficialità dell’altro.

Peter Scanavino, con il figlio Leo Bai-Scanavino, Ali Ahn, Tami Sagher, Barbara Rosenblat, Michael Mulheren sono interpreti in una puntata che mostra una situazione di una coppia in cui la moglie – affetta da Covid19 – è costretta in isolamento nella propria casa, separata dal marito e dal figlio e terrorizzata all’idea di farsi ricoverare in ospedale, rischiando così di morire lontana dai propri cari.

I coniugi Becky Ann Baker e Dylan Baker, con Sunita ManiRaymond Anthony Thomas e Marcia Debonis sono interpreti in un episodio in cui ci sono coppie ormai in pensione, che vivono la pandemia con un approccio completamente diverso. Lei, un’infermiera di terapia intensiva in pensione, torna al lavoro per aiutare in questo momento di bisogno, mentre il marito cerca di dissuaderla dal rischiare la vita, tentando di convincerla a godersi assieme il tempo che è rimasto loro e lasciando alle nuove generazioni il compito di proteggere le categorie più a rischio.

Kylie Liya Page, Lachlan Watson, David Iacono, Will Meyers, Niles Fitch, Ava Demary sono dei ragazzi che sfuggono dall’isolamento grazie alla tecnologia ed ai social media, tra cotte adolescenziali e improvvise ed inaspettate prese di coscienza che segneranno la loro vita.

Infine Asante Blackk ed il padre Ayize Ma’at, con Lovie Simone rappresentano uno scontro generazionale sul delicato tema del razzismo e del movimento del BLM (Black Lives Matter) tornato agli onori della cronaca dopo la morte di George Floyd ed i molti episodi di violenza perpetrati dalle forse di polizia contro persone di colore, che hanno socialmente scosso e tutt’ora stanno sconvolgendo il tessuto connettivo della società americana.

L’esperienza del distanziamento sociale riguarda tutto il mondo, ma non esiste una storia uguale all’altra. Attraverso una varietà di storie e momenti, alcune sismiche altre più convenzionali, speriamo di catturare un momento nel tempo e ci auguriamo che ‘Social distance’ aiuti le persone a sentirsi più vicine“, ha dichiarato Jenji Kohan ed è evidente, dai racconti e dai temi toccati e dal fatto che una buona parte di essi abbiano un lieto fine, che lo scopo è proprio quello di portare consolazione agli spettatori, con forse l’unico difetto – a volte – di voler dire troppo in uno spazio troppo ristretto (tutti i capitoli non hanno una durata maggiore di 20 minuti), andando incontro al rischio della banalità.

Uno degli aspetti più interessanti di questo esperimento è proprio l’inventiva che ha imposto ai suoi creatori. Buona parte di Social Distance si svolge infatti con telefonate via Zoom su iPhone, Galaxy ed iMac Pros. coinvolgendo quindi quella tecnologia che è stata in un certo salvifica per molti in questa pandemia e nel loro isolamento.

Come All Rise della CBS, il cui finale di stagione è stato girato interamente da remoto o One Day at a Time, che ha prodotto un episodio animato dopo che le riprese dello show sono state bloccate a causa del Coronavirus, Social Distance è un’altra alternativa alle produzioni TV per come il pubblico è sempre stato abituato a guardarle, che cerca di accompagnare lo spettatore in una moltitudine di storie in cui possa riconoscersi, qualcuna in maniera più riuscita di altre, e grazie alle quali possa riflettere sulla caducità della vita in un momento di crisi che coinvolge egualmente molte persone in tutto il mondo.

Social distance sarà disponibile su Netflix a partire dal 15 ottobre 2020.

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