The Boys 2×08 “Quello che so”: la recensione

Che tempi strani e fantastici che viviamo. I film più costosi si chiudono quasi sempre come puntate di una serie tv o in certi casi come finali di stagione, con continui rimandi a prossimi episodi, altri eventi nel medesimo universo e misteri ancora da svelare. Invece una serie tv come The Boys chiude la sua seconda stagione come una volta si chiudevano i film, e anche con una certa sommaria sbrigatività. In un colpo solo chiude intere trame, si sbarazza di un paio di personaggi principali e qualche secondario, marginalizza una parte e ne apre un’altra, tutto con un montaggio di tutti i personaggi, di cosa stanno facendo e cosa li aspetta nel proprio futuro, facendo attenzione a dare un ultimo colpo al pubblico prima dello schermo nero, rivelando un ultimo dettaglio rimasto sospeso (ma cruciale).

Sembra ormai scontato che la serie politicamente più rilevante del 2020 sia stata The Boys. Nonostante ce ne siano di certo state di più esplicite, di più dichiarate e più centrate su veri avvenimenti politici, nessuna ha mostrato la dedizione e la capacità di raccontare i mutamenti americani (e mondiali) lungo 8 episodi che hanno ribaltato tutta la prospettiva della prima stagione. Ce lo ricorda molto bene l’attacco di questo season finale, con un finto video didattico con protagonista Patriota, in cui non solo viene ingigantito il pericolo del terrorismo super, caricando un luogo sensibile come una scuola media con terrori di possibili attacchi “molto probabilmente mortali”, ma viene tra le righe promossa l’idea di insegnanti dotati di armi d’ordinanza. È un momento impeccabile che sembra uscito da Robocop, la più grande satira politica che la società americana abbia subito a sua insaputa da uno straniero (l’olandese Paul Verhoeven). Violenza resa ordinaria, risposta altrettanto violenta promossa come normale e necessaria e tono da promo televisivo.

È proprio il suo carattere fantastico e metaforico a rendere The Boys una satira (a tratti) e una storia (sempre) realmente politica. Non c’è nemmeno troppa distanza dalla realtà, basta sostituire i super con i suprematisti bianchi o se siete più moderati con la frangia più a destra del partito Repubblicano attuale. I discorsi di Stormfront sono impeccabili da questo punto di vista e proprio in questa puntata pronuncia la battuta fondamentale di tutta la stagione: “La gente ama quel che dico, ci crede, è solo che non gli piace la parola nazista”. In una sola frase sono condensati due concetti cruciali della comunicazione politica attuale: non solo la forza radicale ed eversiva che hanno ancora i concetti di estrema destra (protezionismo, intolleranza, paura del diverso, individualismo) ma anche il peso che hanno le regole della comunicazione contemporanea nel potere politico, come basti evitare alcune parole per rendere accettabile un messaggio.

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The Boys continua a raccontare di una banda di uomini e donne che cercano di abbattere gli idoli super-uomini che una società privata ha creato per prendere il potere, ma quel racconto in realtà è sempre più lo scheletro per mettere in scena la storia di diversi modi per prendere il potere e delle spietate tecniche attraverso il quale viene fatto. Nella finzione della serie come nella realtà che viviamo. Il finale di questa stagione del resto questo fa, con le sue ultimissime inquadrature The Boys introduce un altro fronte politico, che ci pareva buono e invece non lo è, qualcun altro che vuole comandare soppiantando gli altri ed è disposto a tutto per spianare la propria strada pur partendo all’opposto rispetto alla Vought. Lupi travestiti da agnelli.

Questa serie sull’estrema destra radicale americana e come si sia infiltrata nella politica in doppio petto, come sia stata istituzionalizzata, come sia entrata nelle stanze di potere e abbia trovato l’approvazione del pubblico, racconta le strategie di odio e manipolazione, l’esigenza di avere un nemico, la retorica dell’attacco alla razza bianca e il disprezzo verso il pubblico di chi lo usa per accrescere il proprio potere. E la sua forza sta proprio nel farlo con una storia fantastica capace di lavorare molto meglio di una reale su idee spaventose e attraenti al tempo stesso. Perché se c’è una cosa chiara è che più potente dei super è l’opinione pubblica. Ogni personaggio, anche il più potente di tutti è annullato dall’arma definitiva: lo sputtanamento. Più della morte può solo il calo di consenso.

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Coerentemente con la trasformazione di Patriota in un personaggio con cui empatizzare, ovvero il vero protagonista della trama (per quanto rimanga antieroe), il finale lo mette in una posizione sempre più difficile che ci porta sempre di più dalla sua parte. In crisi, pieno di dubbi, parzialmente sconfitto su diversi fronti. Contrariamente al fumetto la potenza dell’immagine di questa unione di Capitan America e Superman con la meschinità di un Dio capriccioso, violento e sociopatico era usata nella prima stagione come fonte di paura, qualcosa di troppo potente per essere controllabile ma nella seconda è diventata fonte di empatia. A giudicare dalla chiusa nella terza dovrebbe tornare come un misto delle due, una bomba ad orologeria di follia che una volta innescata non può più tornare indietro e i cui danni possono essere incalcolabili.

E anche Hughie, che sembrava incanalato in un tunnel di inutilità, con una delle storie d’amore meno sentite che si ricordino, viene nel finale finalmente ribaltato e inserito nella parte più vitale della trama che si capisce animerà la prossima stagione. Una parte di trama ancora più dichiaratamente politica, tutta da scrivere probabilmente anche in considerazione delle vere elezioni americane di questo Novembre.
The Boys è un prodotto 100% Trump, è il racconto dell’uomo forte, fortissimo, al comando ma completamente scriteriato, il massimo del potere nell’ultima persona che dovrebbe averlo, una che insegue solo ambizioni personali a discapito delle persone, sacrificandole, uccidendole e passando sopra tutto. Il marcio più marcio che c’è con una volto presentabile e una retorica che infiamma gli elettori.

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